Fikret Atay alla Fabbrica del Vapore di Milano

 
Micol Di Veroli
1 giugno 2010
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fikret 450x276 Fikret Atay alla Fabbrica del Vapore di Milano

Viafarini DOCVA di Milano inaugura il 3 giugno la mostra personale dell’artista turco Fikret Atay. I video di Atay sono veri e propri frammenti poetici, distillati di senso e di quotidianità: low tech e ridotti all’essenziale, ma capaci di sintetizzare un mondo che più remoto non potrebbe essere. È il mondo di Batman, paese natale dell’artista, nel sud-est dell’Anatolia, in Turchia, vicino al confine con l’Iraq.

Atay parte dalla realtà tradizionale curda, dalla situazione locale della zona in cui vive e lavora; la racconta con un linguaggio semplice, rinunciando a ogni effetto speciale; ne coglie i punti di intersezione rispetto alle trasformazioni in atto nel paese intero e oltre, nel mondo globalizzato. Le sue opere hanno però un carattere fortemente metaforico; partendo da situazioni estremamente circoscritte, finiscono per raccontare questioni e problemi condivisi a livello planetario.
In molti casi gli episodi che presenta mantengono un margine di imponderabilità. Ma vi si avverte una tensione tra istanze collettive e desiderio di individuarsi, tra la dimensione soggettiva e la spinta schiacciante ad adeguarsi. È anzi proprio nella sua assoluta semplicità che il linguaggio di Atay assume un significato antiretorico e demistificante: diversi dei suoi video raccontano come lo spirito di gruppo si possa facilmente trasformare in conformismo intellettuale.

Negli spazi di Viafarini DOCVA presso la Fabbrica del Vapore l’artista proporrà alcuni video, in particolare si vedranno: Tinica e Goal. In Tinica un ragazzo improvvisa una session di musica su una rudimentale batteria fatta assemblando secchi di plastica, bidoni di latta e coperchi arruginiti. Siamo in cima a un’altura, di fronte alla città. Il ragazzo è concentrato, coinvolto, la batteria vibra, il sole di un tramonto struggente brilla sui vecchi bidoni. Il ragazzo s’interrompe, si alza, dà un calcio ai bidoni che, ormai ammutoliti, rotolano giù lungo il fianco della collina. È stato solo un attimo, ma intenso.

Goal: un gruppo di ragazzi gioca a calcio a piedi nudi su una strada che attraversa un monotono e sconfinato quasi nulla; un anziano signore s’inserisce nel gioco; si prepara, si concentra; la camera ruota, noi ci veniamo a trovare in corrispondenza di una porta; l’uomo segna il suo goal solitario, il cui significato possiamo solo intuire: forse un punto assestato nella partita ardua che contrappone la periferia al centro.

Fikret Atay è nato nel 1976 a Batman, Turchia. Diplomatosi in arti visive nel suo paese natale, presso l’università Dicle a Diyarbakir, vive e lavora tra Parigi e Batman. Nonostante la sua giovane età Atay ha già esposto in prestigiosi spazi istituzionali quali la Kunsthalle di Vienna, la Maison de l’Architecture, Parigi; il Museo de Arte Contemporáneo di León, Spagna; il New Museum of Contemporary Art a New York; lo SFMOMA di San Francisco e la Tate Modern a Londra, oltre che in occasione delle Biennali di Lione e Istanbul.

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