raoul hausmann

Benvenuti nell’universo uniformato dell’arte contemporanea, già perché da quanto si evince dalle notizie presenti sui maggiori magazines d’arte italiani, in questi ultimi anni stiamo assistendo al trionfo del bello e della creatività nazionale. Ed allora perché l’arte contemporanea del nostro paese stenta ad imporsi sulla scena internazionale? Dove mai saranno finiti gli eventi male organizzati e gli artisti della domenica?

La quasi totale mancanza di una piattaforma critica coerente è un male diffuso in Italia, un problema annoso che rischia di appiattire l’arte contemporanea su di un unico livello estetico dove tutto è considerato di buona qualità ed ogni artista compie una sua personale ricerca su qualcosa di interessante e sperimentale. Il risultato di questa inutile piaggeria e che gli artisti realmente meritevoli di attenzione così come gli eventi ben riusciti non riescono ad emergere, uniformandosi al resto e pregiudicando un futuro sviluppo sia creativo che tecnico di coloro che potrebbero rappresentare un cambiamento nel vasto mare dell’arte contemporanea nostrana.

Così non si stronca più nulla, si assiste al trionfo con abbracci e strette di mano di fiere inutili dai costi di partecipazione faraonici che lasciano deluse parecchie gallerie e fanno registrare un’affluenza di pubblico non certo esaltante.

Si assoldano curatori per tirar in piedi eventi miserrimi a cui partecipano artisti dell’ultima ora tirati in ballo da influenti amicizie comuni e successivamente si sbandiera un successo di pubblico e critica. Si organizzano premi dove i vincitori sono già scelti all’origine e successivamente i nomi di tali personaggi compaiono su tutte le riviste d’arte con tanto di squilli di tromba. A rimetterci in tutto ciò non è soltanto la nostra credibilità estetica e creativa ma soprattutto la buona fede dei collezionisti che non hanno a disposizione strumenti obiettivi per valutare serenamente la quotazione di un determinato artista.

Il meccanismo del tutto è bello, tutto ci piace è forse legato ad un sistema clientelare dove riviste, giornalisti e curatori non osano schierarsi contro gallerie e manifestazioni che rappresentano possibili introiti pubblicitari e future possibilità lavorative. In sostanza non è possibile ne auspicabile parlar male dell’operato di qualcuno con cui poi si potrebbero stringere rapporti di collaborazione.  Sicuramente questo non è un fenomeno solo italiano ma il nostro Bel Paese è tra i più grandi sostenitori di tale malcostume.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>