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	<title>GlobArtMag &#187; Biennali</title>
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		<title>Brucennial 2010 una biennale contro le biennali</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 14:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4903" title="brucennial" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/brucennial-450x299.jpg" alt="brucennial" width="450" height="299" /><strong>Tra Biennali, Triennali e Quadriennali ogni nazione che si rispetti ha la sua grande manifestazione dedicata all&#8217;arte contemporanea</strong> anche se è chiaro che non tutti questi eventi sono di grande caratura. Per porre ordine a questo caos il divertente collettivo artistico  <a href="http://www.thebrucehighqualityfoundation.com" target="_blank"><strong>Bruce High Quality Foundation</strong></a> ha deciso di organizzare la Biennale di tutte le Biennali, tentando di riprogrammare il significato stesso di queste manifestazioni.</p>
<p>Questo buffo ma interessante evento si chiama <strong>Brucennial 2010</strong> e si apre questa settimana a New York e rimarrà in visione sino al prossimo quattro aprile in uno spazio sito al 350 di West Broadway ed al <a href="http://recessart.org/" target="_blank"><strong>Recess</strong></a>, altro spazio aperto alle sperimentazioni degli artisti posizionato al numero 41 di Grand Street. Il titolo della Brucennial di quest&#8217;anno è <strong>Miseducation</strong> (che in italiano significa diseducazione) e nel corso dell&#8217;evento si esibiranno un gran numero di giovani artisti che, come si legge nel comunicato stampa, “<strong>Rappresentano il meglio dell&#8217;arte contemporanea di sempre</strong>”. <span id="more-4902"></span>Ovviamente tramite questa dichiarata ironia <strong>i cinque Bruce vogliono sottolineare l&#8217;importanza di una scena artistica giovanile non educata dal sistema</strong> e per questo libera di esprimersi in tutte le sue manifestazioni creative. Gli organizzatori hanno infatti cercato di dare a questa particolare Biennale un approccio più vicino al fai da te dove <strong>l&#8217;organizzazione di una mostra è totalmente in mano agli artisti</strong>. Gli spazi dove si terrà la manifestazione <strong>sono in affitto</strong> e <strong>l&#8217;allestimento è in continuo divenire</strong>: quando un artista porta una nuova opera qelle che si trovano sulla parete vengono spostate su di un altro muro. Oltre alla presenza di artisti emergenti sarà possibile ammirare anche grandi nomi del panorama internazionale come <strong>Julian Schnabel</strong>.</p>
<p>I cinque artisti della  Bruce High Quality Foundation hanno intenzione di utilizzare la Brucennial come diretta risposta no-profit alla <strong>Whitney Biennial</strong> e nel comunicato stampa hanno dichiarato guerra al protezionismo istituzionale, vera piaga del mondo dell&#8217;arte. I cinque Bruce se la prendono anche <strong>contro qualsiasi altra mostra collettiva fintamente indipendente</strong> che sotto sotto è guidata da potere ed amicizie influenti.</p>
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		<title>Francesco Bonami punta il dito contro Vittorio Sgarbi</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 11:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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La doppia nomina di Vittorio Sgarbi come curatore del padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2011 e come supervisore delle acquisizioni del MaXXi di Roma ha sicuramente diviso il mondo dell’arte italiano ed ancora oggi le polemiche non accennano a diminuire. In tutto questo tourbillon di notizie, dichiarazioni e smentite è però interessante sommerfarsi a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4839" title="sgarbi" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/sgarbi.jpg" alt="sgarbi" width="450" height="450" /></p>
<p>La doppia nomina di <strong>Vittorio Sgarbi</strong> come curatore del <em>padiglione Italia</em> alla <strong>Biennale di Venezia 2011</strong> e come supervisore delle acquisizioni del <strong>MaXXi</strong> di Roma ha sicuramente diviso il mondo dell’arte italiano ed ancora oggi le polemiche non accennano a diminuire. In tutto questo tourbillon di notizie, dichiarazioni e smentite<strong> è però interessante sommerfarsi a riflettere su ciò che pensano all’estero dell’intera faccenda</strong>. Andiamo quindi a leggere cosa hanno scritto sull’importante testata</p>
<p>La prossima edizione della Biennale di Venezia sarà un appuntamento molto sentito dagli italiani poiché la nazione celebra il <strong>150 anniversario dalla sua unificazione</strong> proprio nel 2011. Il ministro della cultura<strong> Sandro Bondi</strong> ha difeso la sua scelta insistendo sul fatto che: ”Sgarbi ha una profonda conoscenza del patrimonio culturale italiano”.</p>
<p>Ma la nomina di Sgarbi ha ricevuto alcune critiche da parte del suo collega e compatriota <strong>Francesco Bonami</strong>, curatore della <em>Whitney Biennial 2010</em>. “Sfortunatamente l’italia ha ciò che si merita, <strong>l’arte contemporanea sta a Sgarbi come l’America a Bin Laden</strong> e non c’è dubbio che Sgarbi come Bin Laden è ferocemente in lotta contro il suo nemico. Questa nomina è quasi come un attacco suicida alla dignità italiana” ha dichiarato Bonami ai microfoni di <strong>Art Newspaper</strong>. <span id="more-4838"></span>Ultimamente Sgarbi ha rilasciato alcune dichiarazioni circa i suoi progetti per la Biennale: “Sto pensando all’ipotesi di<strong> un padiglione completamente vuoto tranne che per un libro contenente alcuni indirizzi di artisti italiani</strong>. Potrei anche aggiungere un singolo artista, magari <strong>Saturnino Gatti</strong> un maestro del 15 secolo cancellato dalla storia dell’arte. Ma nel mio padiglione ideale installerei solamente un’opera il <em>Cristo Morto</em> del <strong>Mantegna</strong> vicino ad una fotografia di <strong>Ernesto Che Guevara</strong> sul suo letto di morte”.</p>
<p>Francesco Bonami ha inoltre così commentato la nomina al MaXXi di Sgarbi:” <strong>Fin dal 1999 il MaXXi ha condotto una politica di acquisizione delle opere decisamente scellerata</strong>. La collezione è quindi formata da una mediocre accumulazione dell’arte del tardo ventesimo secolo. La mostra d’apertura sarà curata da <strong>Achille Bonito Oliva</strong> che presenterà <strong>Gino De Dominicis</strong> non c’è mostra più ferma al 20esimo secolo di questa. Vanno indietro invece di andare avanti e non capisco come <strong>Pio Baldi</strong>, presidente della fondazione MaXXi e gli altri curatori riescano a mantenere una dignità.<strong> Hanno lasciato il museo allo sbando e la nomina di Sgarbi è il naturale seguito di tutto ciò</strong>”.</p>
<p>Insomma lo stimato Francesco Bonami non ha certo risparmiato le sue parole.</p>
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		<title>Donne e arte, una creatività in continuo movimento</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 11:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4819" title="guerilla_girls_naked_met_mid" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/guerilla_girls_naked_met_mid-450x176.jpg" alt="guerilla_girls_naked_met_mid" width="450" height="176" />Nella metà degli anni &#8216;80 il celebre gruppo delle <strong>Guerrilla Girls</strong> imperversava sulla scena dell&#8217;arte contemporanea newyorchese producendo <strong>posters, cartelloni pubblicitari e libri caratterizzati da un femminismo radicale intriso di cocente ironia</strong>. Le Guerrilla Girls orientarono il loro attivismo sull&#8217;industria cinematografica hollywoodiana e sulla cultura popolare,<strong> irridendo gli stereotipi sessuali e la corruzione del mondo dell&#8217;arte</strong>. Ovviamente le loro incursioni artistiche erano frutto delle mille battaglie vinte dalle donne a partire dal 1963, anno in cui <strong>Betty Friedan</strong>, scrisse il libro <strong>Mistica della femminilità</strong>, nel quale l&#8217;autrice denunciava il ruolo coatto di sposa e di madre della donna americana, e <strong>rivendicava l&#8217;uguaglianza della donna all&#8217;uomo nel campo professionale, culturale e politico</strong>.</p>
<p>Tanti anni sono passati dalle provocazioni di Betty Friedan, delle Guerrilla Girls e di tante altre eroine al femminile e c&#8217;è da dire che tanti cambiamenti sono avvenuti per quanto riguarda il ruolo delle donne nella società moderna. Tornando a parlare di arte,<strong> le battaglie politiche e femministe sono oggi ormai accantonate</strong>, sono lontani i tempi della riappropriazione del corpo femminile operata dalle performance di <strong>Carolee Schneemann</strong>, <strong><em>Interior Scroll</em></strong> su tutte, dove l&#8217;artista estraeva una sorta di rotolo scritturale di rivendicazione femminile dalla sua vagina. <strong>Oggi le donne dell&#8217;arte sembrano più attente ai materiali, alle forme ed ai colori</strong> e si guardano bene dall&#8217;esser additate come femministe.<span id="more-4820"></span> A tal proposito <strong>Aurel Schmidt</strong>, tra le tante protagoniste donne della Whitney Biennial 2010, ha recentemente dichiarato: &#8220;ho creato per la Whitney Biennial un disegno di un minotauro formato da bucce di banana, sigarette e preservativi. Il suo corpo è l&#8217;intero universo, è una strana raffigurazione di un uomo ma <strong>non voglio essere accusata di odio verso gli uomini</strong>. Ho creato quest&#8217;opera per descrivere il mio lato maschile&#8221;.</p>
<p>Oggi l&#8217;arte al femminile è meno brutale ed orientata alla poesia visiva, alla profondità d&#8217;intenti ed alla leggerezza estetica. E&#8217; una maniera diversa di essere donne all&#8217;interno del mondo dell&#8217;arte ma non per questo meno potente e valida.</p>
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		<title>Focus on Whitney Biennial parte II: i veterani dell&#8217;arte contemporanea</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 14:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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Eccoci al nostro secondo appuntamento con i protagonisti della Whitney Biennial 2010 targata Francesco Bonami. Anche se ognuno tende ad associare la manifestazione alla giovane arte ( che abbiamo descritto nel precedente articolo), quest&#8217;anno la biennale offre un vasto panorama di artisti veterani del contemporaneo. Andiamo a conoscere i 17 artisti che superano i 40 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4796" title="james casabere" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/james-casabere-450x360.jpg" alt="james casabere" width="450" height="360" /></p>
<p style="text-align: justify;">Eccoci al nostro secondo appuntamento con i protagonisti della <strong>Whitney Biennial 2010</strong> targata <strong>Francesco Bonami</strong>. Anche se ognuno tende ad associare la manifestazione alla giovane arte ( che abbiamo descritto <a href="http://www.globartmag.com/whitney-biennial-2010-giove-arte-francesco-bonami/4732/" target="_blank">nel precedente articolo</a>), <strong>quest&#8217;anno la biennale offre un vasto panorama di artisti veterani del contemporaneo</strong>. Andiamo a conoscere i 17 artisti che superano i 40 anni di età:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ari Marcopoulos</strong>, classe 1957, autore di foto in bianco e nero che documentano gli albori della scena hip hop. Marcopoulos ha collaborato con <strong>Andy Warhol</strong> negli anni &#8216;80 ed è apparso sui più importanti fashion magazine. <strong>Michael Asher</strong>, classe 1943, artista concettuale e critico istituzionale, ha esibito le sue opere in musei come il<strong> MoMa</strong> ed il <strong>Pompidou Center</strong>. <strong>Charles Ray</strong>, classe 1953, solitamente creatore di forme concettuali e minimaliste. Recentemente l&#8217;artista ha creato una scultura gigante che raffigura un contadino sul suo trattore. ha già partecipato alle edizioni 1989, 1993, 1995 e 1997 della Whitney, un vero veterano. <strong>Robert Williams</strong>, classe 1943, conosciuto per i suoi dipinti figurativi caratterizzati da un&#8217;aura sinistra e bizzarra. Pioniere della <strong>lowbrow art</strong> ha esposto in musei come il <strong>Moca</strong> ed è rappresentato dal mitico gallerista <strong>Tony Shafrazi</strong>. <span id="more-4795"></span><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-4797" title="suzan frecon" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/suzan-frecon.jpg" alt="suzan frecon" width="450" height="358" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>James Casabere</strong>, classe 1953, conosciuto per le sue fotografie costruite meticolosamente dove l&#8217;architettura solitaria è padrona dell&#8217;immagine. E&#8217; stato un membro della <strong>Picture Generation</strong> assieme ad artisti del calibro di <strong>Robert Longo, Richard Prince e Cindy Sherman</strong>. <strong>Huma Bhabha</strong>, classe 1962, autrice di sculture e disegni che raffigurano esseri alieni decisamente impressionanti. Nel ha partecipato a USA Today, un&#8217;importante mostra organizzata da <strong>Charles Saatchi</strong> alla Royal Academy di Londra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>George Condo</strong>, classe 1957, celebre artista  conosciuto per i suoi dipinti ad olio che raffigurano personaggi sfigurati e zoomorfi. E&#8217; uno dei più grandi nomi presenti in Biennale, recentemente ha collaborato con il fashion designer <strong>Adam Kimmel</strong> (<a href="http://www.globartmag.com/moda-parigi-george-condo-adam-kimmel/4381/" target="_blank">vedi nostro articolo</a>) in occasione della settimana della moda a Parigi. <strong>Suzan Frecon</strong>, classe 1941, artista che solitamente dipinge eleganti e minimal astrazioni geometriche dalle ricche colorazioni. Le opere di Suzan Frecon sono presenti nella collezione permanente del MoMa ed è rappresentata dal grande mercante <strong>David Zwirner</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4798" title="Robert Grosvenor" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/Robert-Grosvenor-450x355.jpg" alt="Robert Grosvenor" width="450" height="355" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Robert Grosvenor</strong>, classe 1937, crea sculture che mettono in risalto la sua spiccata sensibilità per il minimalismo. Le sue opere riempiono lo spazio con una sorta di lirica teatralità. L&#8217;arte di Grosvenor è in grado di influenzare le nuove generazioni artistiche. <strong>Babette Mangolte</strong>, classe 1941, conosciuta per films e fotografie che documentano i fermenti creativi della New York dagli anni &#8216;60 ad oggi dai balletti di <strong>Trisha Brown</strong> fino alle performances di <strong>Marina Abramovic</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lorraine O’Grady</strong>, classe 1943,  ha iniziato a creare fotografie e performance di stampo concettuale nel 1980 all&#8217;età di quaranta anni. Le sue opere sono nelle collezioni di musei come il<strong> Brooklyn Museum</strong> ed il <strong>Fogg Art Museum</strong>. <strong>Nina Berman</strong>, classe 1960, fotogiornalista autrice di serie coloratissime, il suo lavoro è orientato sulla politica. L&#8217;artista ha recentemente documentato la campagna presidenziale di Obama.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4799" title="dawn clements" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/dawn-clements-450x307.jpg" alt="dawn clements" width="450" height="307" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dawn Clements</strong>, classe 1958, autrice di disegni a matita che si espandono su diversi fogli. L&#8217;artista è inoltre autrice di installazioni caratterizzate da una profonda prospettiva. <strong>Julia Fish</strong>, classe 1950, conosciuta per dipinti, stampe e disegni astratti e semplici, composti da relativamente pochi colori . Le sue opere sono nelle collezioni permanenti del <strong>MoMa</strong>, dell&#8217;<strong>Art Institute di Chicago </strong>e del <strong>Moca </strong>di Chicago. <strong>Roland Flexner</strong>, classe 1940, conosciuto per stampe e disegni in bianco e nero che raffigurano persone e paesaggi in maniera estremamente realistica. Flexner ha esposto prevalentemente in Francia, le sue opere sono in collezione al Pompidou Centre ed al Whitney Museum.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Maureen Gallace</strong>, classe 1960, conosciuta per i suoi paesaggi splendenti e decisamente verdeggianti un poco melanconici. Infine <strong>Jim Lutes</strong>, classe 1955, pittore che solitamente compie delle astrazioni su ritratti e paesaggi finemente dipinti. Ha già partecipato alla Whitney Biennial del 1987 ed ha esposto a <strong>Documenta IX </strong>nel 1992.</p>
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		<title>Uno sguardo ai giovani protagonisti della Whitney Biennial 2010</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 14:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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Motori accesi per la 2010 Whitney Biennial in programma al Whitney Museum dal 25 febbraio al 30 maggio. La manifestazione, curata da Francesco Bonami e Gary Carrion-Murayar si preannuncia quest&#8217;anno decisamente interessante (vedi nostro precedente articolo) vista la presenza di veterani fino adesso un poco sottovalutati dai grandi giri dell&#8217;arte contemporanea e di un agguerrito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4733" title="daniel mcdonald" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/daniel-mcdonald-450x336.jpg" alt="daniel mcdonald" width="450" height="336" /></p>
<p style="text-align: justify;">Motori accesi per la 2010 <strong>Whitney Biennial </strong>in programma al Whitney Museum dal 25 febbraio al 30 maggio. La manifestazione, curata da <strong>Francesco Bonami </strong>e <strong>Gary Carrion-Murayar </strong>si preannuncia quest&#8217;anno decisamente interessante (vedi nostro precedente <a href="http://www.globartmag.com/francesco-bonami-whitney-biennial-2010-mostre-new-york-arte/3867/" target="_blank">articolo</a>) vista la presenza di veterani fino adesso un poco sottovalutati dai grandi giri dell&#8217;arte contemporanea e di un agguerrito drappello di giovani artisti. <strong>Nel corso degli anni la Whitney Biennial non ha mancato di dividere le opinioni di pubblico e critica,</strong> basti pensare al commento del critico del New York Times, <strong>Michael Kimmelman</strong> che nel 1993 scrisse semplicemente:&#8221;<strong>Odio la mostra</strong>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente noi puntiamo sul nostro Francesco Bonami, professionista che nel corso della sua carriera ha sbagliato poco o niente. Dicevamo dei giovani artisti e q<strong>uest&#8217;anno in Biennale vi sono ben 15 artisti sotto i 40 anni e vorremmo descriverli succintamente nelle prossime righe</strong>. Si parte da <strong>Richard Aldrich</strong> classe 1975, conosciuto per i suoi dipinti che mescolano strategie minimaliste all&#8217;arte di <strong>Rauschenberg</strong>.<span id="more-4732"></span><img class="aligncenter size-medium wp-image-4734" title="aki sakamoto" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/aki-sakamoto-450x299.jpg" alt="aki sakamoto" width="450" height="299" /><br />
<strong>Tauba Auerbach</strong> del 1981, l&#8217;abbiamo vista nel corso della mostra Younger Than Jesus al New Museum, l&#8217;artista è celebre per le sue composizioni trompe l&#8217;oeil e le bizzarre installazioni sonore. <strong>Josh Brand </strong>è del 1980 e concentra la sua ricerca su composizioni fotografiche astratte, la sua prima mostra personale risale al 2007 alla White Columns. <strong>The Bruce High Quality Foundation</strong>, collettivo di artisti nati attorno alla fine degli anni &#8216;70, li abbiamo già visti sulle nostre <a href="http://www.globartmag.com/arte-contemporanea-mostre-arte-internazionale/4172/" target="_blank">pagine.</a> La loro creatività si concentra su installazioni e video concettuali ma molto ironici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sara Crowner</strong> classe 1974, il suo lavoro si alterna tra sculture in porcellana ed eleganti dipinti astratti impreziositi da ricami. <strong>Kate Gilmore</strong> classe 1975, artista che ultimamente ha fatto parte dell&#8217;evento video She Devil alla galleria Stefania Miscetti di Roma, la sua ricerca è incentrata su performance video caratterizzata da vere e proprie sfide che mettono in luce la parte coriacea dell&#8217;universo femminile.  <strong>Sharon Hayes </strong>classe 1970 è conosciuta per le sue performance ed installazioni incentrate sulla politica e sulle sue esperienze di vita personali.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4735" title="sharon hayes" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/sharon-hayes-450x299.jpg" alt="sharon hayes" width="450" height="299" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alex Hubbard</strong> del 1975 è invece autore di video che confondono i processi di produzione e disorientano lo spettatore con illusioni ottiche. <strong>Daniel McDonald </strong>del 1971 crea figurine scultoree altamente satiriche che spesso prendono in giro il mercato dell&#8217;arte. <strong>Rashaad Newsome</strong>, classe 1979, crea collages e performance incentrate sulla cultura hip-hop e sui pirati informatici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Emily Roysdon</strong> del 1977 è invece autrice di opere interdisciplinari che fondono arte visiva, linguaggio e testi. <strong>Aki Sasamoto</strong> è del 1980 ed è autore di performance basate su ironici racconti che implicano fatiche fisiche come tagliare della frutta su di un tavolo con delle lame attaccate alle sue scarpe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Aurel Schmidt</strong>, classe 1982, crea solitamente disegni e dipinti intricati che fondono parti anatomiche ad animali e spazzatura. <strong>Stephanie Sinclair</strong> è del 1973 e solitamente crea immagini di fotogiornalismo che documentano i punti più caldi del Medio Oriente. Infine <strong>Marianne Vitale</strong>, classe 1973 è conosciuta per sculture, disegni, installazioni e video che descrivono una diabolica guerra tra paradiso ed inferno.</p>
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		<title>Massimiliano Gioni svela alcuni segreti della sua Gwangju Biennale</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 07:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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Massimiliano Gioni ha finalmente svelato alcuni dettagli sulla Gwangju Biennale che si aprirà il prossimo settembre nella città industriale della Corea del Sud. Anche se la lista dei 100 artisti partecipanti sarà resa nota al pubblico solo il prossimo aprile, il giovane direttore artistico ha dichiarato che il titolo della Biennale sarà:  10.000 Lives (10.000 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4649" title="massimiliano gioni" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/Massimiliano-Gioni-450x300.jpg" alt="massimiliano gioni" width="450" height="300" /></p>
<p><strong>Massimiliano Gioni</strong> ha finalmente svelato alcuni dettagli sulla <strong>Gwangju Biennale</strong> che si aprirà il prossimo settembre nella città industriale della Corea del Sud. Anche se la lista dei 100 artisti partecipanti sarà resa nota al pubblico solo il prossimo aprile, il giovane direttore artistico ha dichiarato che il titolo della Biennale sarà:  <em><strong>10.000 Lives (10.000 Vite)</strong></em>.</p>
<p>Raggiunto dai microfoni del <strong>New York Times</strong>, Massimiliano Gioni ha così spiegato la sua scelta: &#8220;Con questo titolo pongo una domanda, quale è il ruolo degli artisti in questa società caratterizzata dall&#8217;iper presenza delle immagini? <strong>La Biennale esplorerà le relazioni tra persone ed immagini e tra immagini e persone</strong>&#8220;. Il titolo della grande manifestazione è direttamente ispirato al poema <strong>Maninbo</strong> (letteralmente 10.000 vite), volume non finito del poeta dissidente <strong>Ko Un</strong>. <span id="more-4648"></span>Il poeta fu accusato nel 1980 per aver preso parte alle attività del movimento democratico sud coreano. Nel maggio dello stesso anno Ko Un, accusato dalla dittatura di alto tradimento, viene imprigionato per la terza volta e condannato all&#8217;ergastolo (sarà liberato nell&#8217;agosto del 1982 grazie ad un&#8217;amnistia). Durante i duri anni della prigionia Ko Un inizia a scrivere un poema con l&#8217;<strong>obiettivo di descrivere ogni singola persona conosciuta nel corso della sua vita</strong>.</p>
<p>In merito al suo ambizioso progetto Gioni ha inoltre affermato che, a differenza delle altre biennali focalizzate sull&#8217;arte strettamente contemporanea,<strong> la sua biennale conterrà opere databili dall&#8217;inizio del 20esimo secolo fino ai giorni nostri</strong>. Gioni inserirà oggetti non propriamente concepiti come opere d&#8217;arte, sarà infatti possibile ammirare oggetti ritrovati, fotografie e artefatti scampati all&#8217;oblio. Il giovane ed intraprendente curatore ha quindi intenzione di creare una sorta di <strong>museo totale dell&#8217;immagine</strong>. &#8220;Cercherò di guardare alle immagini attraverso il tempo&#8221; ha aggiunto Gioni, vedremo se riuscirà nel suo intento.</p>
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		<title>Biennale di Venezia 2011 anche la Germania anticipa le mosse</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 07:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4614" title="Libia Castro-Olafur Olafsson" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/Libia-Castro-Olafur-Olafsson-450x385.jpg" alt="Libia Castro-Olafur Olafsson" width="450" height="385" />La <strong>Biennale di Venezia edizione 2011</strong> torna a far parlare di sé con largo anticipo. Pochi giorni fa l&#8217;Italia intera è stata scossa dalla bomba di <strong>Sandro Bondi</strong> che ha nominato di <strong>Vittorio Sgarbi </strong>curatore del <strong>Padiglione Italia </strong>per la prossima Biennale (Bondi ha inoltre affidato a Sgarbi <strong>la vigilanza sulle acquisizioni del Maxxi di Roma</strong>). L&#8217;opinione pubblica si è ovviamente spaccata in due, <strong>molti hanno salutato la nomina di Sgarbi come il ritorno ad un arte contemporanea meno patinata</strong> è più rispettosa di alcuni maestri lasciati fuori dal giro modaiolo.</p>
<p><strong>Altri invece temono che Sgarbi metta in mostra nomi che non rispecchiano la reale scena dell&#8217;arte </strong>nazionale, andando così a cozzare contro alcuni equilibri di un mercato già labile. La nomina di Vittorio Sgarbi ha inoltre stupito tutti per la sua tempestività ma va detto che in questi giorni anche altre nazioni si preparano ad affilare le armi in vista della grande manifestazione.</p>
<p><span id="more-4613"></span>La Germania ha infatti deciso di anticipare i tempi e calare i suoi assi. Il ministro degli esteri tedesco <strong>Guido Westerwelle ha infatti già nominato Susanne Gaensheimer </strong>alla guida del padiglione nazionale per la Biennale 2011. Ricordiamo che lo scorso anno il padiglione è stato occupato dalla controversa installazione dell&#8217;artista britannico<strong> Liam Gillick</strong>. Fino ad oggi Susanne Gaensheimer non ha ancora rivelato i suoi piani.</p>
<p><strong>La scelta tedesca va ad aggiungersi a quelle già effettuate da Francia ed Islanda alcune settimane fa</strong>.  La Francia, come già accennato in un nostro precedente <a href="http://www.globartmag.com/christian-boltanski-padiglione-francia-biennale-venezia-2011/4151/" target="_blank">articolo</a>, presenterà invece l&#8217;artista <strong>Christian Boltanski</strong> ed il padiglione sarà curato da <strong>Jean-Hubert Martin</strong>, direttore del Centro Pompidou. Altra nazione che ha già deciso di scaldare i motori per la Biennale è l<strong>&#8216;Islanda che sarà rappresentata da Libia Castro e Ólafur Ólafsson</strong> (da non confondersi con l&#8217;artista <strong>Olafur Eliasson</strong> che ha già rappresentato la Danimarca nel 2003).I due hanno collaborato a molti progetti, vedremo cosa presenteranno a Venezia.</p>
<p>Photo Copyright:  Sjónauki</p>
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		<title>Alcune considerazioni su Elisa Sighicelli e la critica italiana</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 14:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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Finalmente l&#8217;arte italiana riesce a varcare i confini del nostro stato, approdando nientemeno che nel dorato tempio dell&#8217;arte contemporanea, vale a dire New York City. Portabandiera della nostra creatività è Elisa Sighicelli  che ha inoltre partecipato al  discusso Padiglione Italia alla scorsa Biennale Di Venezia. L&#8217;artista in questi giorni (fino al 27 febbraio) è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4602" title="elisa sighicelli" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/elisa-sighicelli-450x278.jpg" alt="elisa sighicelli" width="450" height="278" /></p>
<p><strong>Finalmente l&#8217;arte italiana riesce a varcare i confini del nostro stato</strong>, approdando nientemeno che nel dorato tempio dell&#8217;arte contemporanea, vale a dire New York City. Portabandiera della nostra creatività è <strong>Elisa Sighicelli </strong> che ha inoltre partecipato al  discusso <strong><em>Padiglione Italia</em></strong> alla scorsa <strong>Biennale Di Venezia</strong>. L&#8217;artista in questi giorni (fino al 27 febbraio) è in mostra alla <strong>Gagosian Gallery </strong>di Madison Avenue con un progetto dal titolo <strong>The Party Is Over</strong> che consta di due video e nove fotografie montate su light boxes. Tra le opere presentate figura anche il video <strong>Untitled (The Party is Over)</strong>, per intenderci quello con i fuochi d&#8217;artificio che vanno al contrario.</p>
<p align="center"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="450" height="333" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://video.libero.it/static/swf/eltvplayer.swf?id=aa394ebb739b00d2232a991e4f6a5f5d.flv&amp;ap=0" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="450" height="333" src="http://video.libero.it/static/swf/eltvplayer.swf?id=aa394ebb739b00d2232a991e4f6a5f5d.flv&amp;ap=0"></embed></object></p>
<p>Ora è da sottolineare il fatto che <strong>la mostra da Gagosian sta raccogliendo numerose critiche positive</strong> tanto che il celebre magazine d&#8217;arte <a href="http://www.brooklynrail.org/2010/02/art/elisa-sighicelli-with-john-yau" target="_blank">The Brooklyn Rail</a> ha persino dedicato un&#8217;ampia ed interessante intervista all&#8217;artista redatta dal noto critico <strong>John Yau</strong>. Tra le domande interessanti poste da John Yau ve n&#8217;è una che mi ha letteralmente colpito, <strong>Yau avvicina il lavoro sulla luce di Elisa Sighicelli alle ricerche del filmaker sperimentale Stan Brakhage</strong>, noto tra l&#8217;altro per aver introdotto il concetto di film without a camera (film girati senza cinepresa). <strong>Brakhage ha infatti realizzato numerosi films dipingendo la pellicola a mano </strong>o graffiato direttamente l’emulsione (il confronto di Yau si riferisce nello specifico al video <strong>Mothlight</strong> dove Brakhage ha applicato ali di insetti sulla pellicola). <span id="more-4601"></span></p>
<p align="center"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="450" height="354" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/XaGh0D2NXCA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="450" height="354" src="http://www.youtube.com/v/XaGh0D2NXCA&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Questo processo oltre a creare meravigliose masse di colore in movimento <strong>è un elogio alla luce come generatrice di opere d&#8217;arte</strong>.   Insomma <strong>sembrerebbe che negli States, la particolare indagine sulla luce di Elisa Sighicelli abbia trovato la sua giusta collocazione</strong> e questo non può che far piacere. Eppure (come già anticipato) girando per il <em>Padiglione Italia</em> alla Biennale <strong>ho raccolto numerose opinioni negative</strong> sia da parte del pubblico che dagli addetti del settore riguardo alla proposta di Elisa Sighicelli, <strong>anche le critiche su giornali e riviste d&#8217;arte si sono rivelate abbastanza fredde riguardo gli artisti italiani presenti in Biennale</strong>. L&#8217;interessante intervista di Yau ed il successo della mostra sono due elementi che <strong>mi hanno  portato alle seguenti riflessioni e/o interrogativi</strong> che, lungi dal far polemica, vorrei rigirare ai nostri lettori:</p>
<p><strong>-</strong> <strong>Gli artisti nostrani vengono sistematicamente fraintesi</strong> finchè si trovano nel nostro territorio. Successivamente, al di fuori dei nostri confini, si scopre la loro bravura e la loro profonda poetica.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>-</strong> <strong>Luca Beatrice</strong> e <strong>Beatrice Buscaroli </strong>non hanno valorizzato l&#8217;operato degli artisti proposti con un valido supporto critico/didattico, riassumendo frettolosamente il loro padiglione come un tributo al Futurismo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>-</strong> <strong>L&#8217;invidia </strong>porta il pubblico ed in special modo gli artisti <strong>a giudicare in maniera negativa i successi ottenuti dai loro colleghi più fortunati</strong>.</p>
<p>- <strong>Si guarda troppo spesso all&#8217;opera di un determinato artista secondo canoni estetici </strong>e non si prende in considerazione l&#8217;aspetto concettuale e sperimentale.</p>
<p>- <strong>Elisa Sighicelli fa parte della scuderia Gagosian</strong>. Questo fatto provoca un&#8217;automatica sudditanza psicologica legata anche alle leggi ed agli equilibri di mercato, nessuno quindi osa parlar male di un artista rappresentato da uno dei più potenti mercanti d&#8217;arte del mondo.</p>
<p>- Elisa Sighicelli fa parte della scuderia Gagosian proprio<strong> perchè è un&#8217;artista di talento</strong> ed il pubblico ed i critici nazionali non hanno i mezzi culturali per poter meglio comprendere l&#8217;opera dell&#8217;artista.</p>
<p><strong>Sta a voi scegliere quale riflessione si adatta meglio all&#8217;intera vicenda.</strong></p>
<p>Micol Di Veroli<strong><br />
</strong></p>
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		<title>In Italia si può ancora sperare nell&#8217;arte? Forse si</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 14:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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Dopo un secolo come quello passato che ha visto nascere avanguardie e sperimentazioni artistiche di ogni sorta, ci troviamo oggi con il fiato corto, sfiancati forse dalle troppe tecnologie che concedono a tutti infinite possibilità e non pongono limiti da superare. La colpa di questa atonia generale è attribuibile anche ad un sistema dell’arte che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4508" title="novecento" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/02/novecento.jpg" alt="novecento" width="450" height="673" /></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><strong>Dopo un secolo come quello passato che ha visto nascere avanguardie e sperimentazioni artistiche di ogni sorta, ci troviamo oggi con il fiato corto</strong>, sfiancati forse dalle troppe tecnologie che concedono a tutti infinite possibilità e non pongono limiti da superare. La colpa di questa atonia generale è attribuibile anche ad <strong>un sistema dell’arte che troppo spesso mira a far emergere il curriculum dei giovani artisti piuttosto che la loro visione creativa</strong>. Del resto bloccati come siamo in polemiche inutili, balletti per le poltrone dei musei e lotte per un tozzo di pane ci ritroviamo ad assistere passivamente ad <strong>una creatività caratterizzata dall’eterno ritorno del Pop, dell’Arte Concettuale </strong>e di una certa estetica noiosa ma condivisa che predilige l’equivoco e l’androgino, proponendo l’illusione del mistero e manifestando invece  il trionfo del pretesto e della banalità.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><strong>In Italia non riusciamo a renderci conto che forse abbiamo lasciato per strada spontaneità ed irruenza, aggressività e drammaticità, ironia e gusto</strong>, in sostanza abbiamo totalmente perso la bussola ed il campo base è ancora lontano. Per fare un esempio di questa confusione imperante, giusto lo scorso anno la nazione ha celebrato in lungo ed in largo il centenario del <strong>Futurismo</strong>, sbandierandone gli intenti anche nel <strong><em>Padiglione Italia </em></strong>della <strong>Biennale di Venezia</strong>. <strong>Ebbene ad esser sinceri del Futurismo non se ne è vista nemmeno l’ombra</strong>, nulla in grado di cogliere una seppur minima scintilla di tale movimento che ha positivamente infettato arti visive, letteratura e teatro, fino a gettare le basi della musica elettronica con <strong>Luigi Russolo</strong>. <span id="more-4509"></span><strong>Futurismo, quindi, oggi significa logiche di mercato, omologazione e istituzionalizzazione</strong>, sarebbe a dire il contrario di ciò che le radici del movimento un tempo si erano riproposte di combattere. <strong>Futurismo è una parola vuota</strong>, un’espressione sostituibile a proprio piacimento con Mamma, Papà, pappa. <strong>Anche la critica, un tempo valido strumento di confronto, non può più far nulla</strong> dal momento che se si giudica male una determinata mostra o manifestazione si viene attaccati da tutto il sistema mentre se si esprimono giudizi positivi si viene tacciati di clientelismo o quanto altro ma in generale tutto è bello e tutto ci piace.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><strong>Ed allora il nostro sistema artistico ruota così come una sfera</strong> dove all’interno vivono gallerie, musei, artisti ed esperti del settore totalmente alienati dal contesto internazionale. <strong>La sfera è un insieme costituito da sottoinsiemi che non comunicano fra loro e neanche vogliono sfiorarsi.</strong> Al di fuori della sfera sopravvive a stento la grande maggioranza delle gallerie che non sono alla moda, gli artisti che non hanno una galleria ed altri personaggi che vorrebbero divenir addetti ai lavori. <strong>Questi elementi  cercano di entrare nelle grazie di coloro che vivono all’interno della sfera, dileggiandoli e disprezzandoli allo stesso tempo</strong>.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><strong>Le istituzioni museali </strong>che dovrebbero ordinare il caos di questa situazione <strong>cedono invece al volere dei potenti dealers privati e delle cordate politiche</strong>, esponendo artisti preconfezionati che guadagnano così prestigio e quotazioni salvo poi ripiombare nel completo anonimato quando cambiano regole con infauste ripercussioni per chi aveva collezionato le loro opere. <strong>A chiudere lo scenario una serie interminabile di forum, dibattiti e conferenze sulla situazione dell&#8217;arte in Italia </strong>che puntualmente sciorina delle idee vuote e degli slogan propagandistici di bassa lega e comunque totalmente inutili.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><strong>Ovviamente ci sono molte eccezioni, esistono talentuosi artisti, visionarie gallerie, piccoli ma prestigiosi musei ed addetti ai lavori illuminati</strong>. Per questo chi scrive continua ancora a credere in questo paese, a sperare che forse un giorno la famosa sfera possa finalmente allargarsi riuscendo mettere in comunicazione fra loro i propri sottoinsiemi. <strong>Chi scrive spera ancora nel sostegno alla giovane arte, nelle critiche costruttive e nel confronto acceso</strong> piuttosto che nei livori e nelle offese. Infine, chi scrive spera che il nostro paese torni prepotentemente sulla scena dell&#8217;arte internazionale. Perchè non dobbiamo convincerci che il detto popolare “<strong>chi di speranza vive disperato muore</strong>” sia la nostra regola fissa.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Micol Di Veroli</p>
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		<title>La bellezza della distanza e la Biennale di Sidney 2010</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 07:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Maestri del contemporaneo]]></category>
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<p>Anche il 2010 è anno di Biennali dell’arte e più precisamente è l’anno della 17esima <strong>Biennale di Sydney </strong>grande manifestazione che raccoglie artisti da ogni parte del globo ed aprirà le sue porte il prossimo 12 maggio rimanendo in visione fino al 1 agosto. Il  titolo scelto dal nuovo curatore, <strong>David Elliot</strong> è quanto mai azzeccato in questi tempi di incertezza e ristrettezze economiche: <em><strong>The Beauty of Distance (Songs of Survival in a Precarious Age)</strong></em> che suona un poco come &#8220;La bellezza della distanza (canzoni di sopravvivenza in un’epoca precaria)&#8221;, incipit pomposo ed alquanto poetico.</p>
<p>Ma in che modo la distanza si può trasformare in bellezza? Secondo Elliot la distanza ci permette di essere noi stessi, con le nostre differenze e caratteristiche peculiari che aiutano a creare un’offerta creativa variegata ed eterogenea. Per scelta del sottotitolo, Elliot afferma di riferirsi al <strong>potere dell’arte che riesce ad imporsi su minacce come le guerre, la fame nel mondo ed il riscaldamento globale</strong>. Sebbene l’arte non è in grado di sconfiggere tali piaghe, in un certo qual modo può servire a convogliare e sensibilizzare l’opinione pubblica su certe scottanti tematiche. <span id="more-4290"></span>David Elliot ha inoltre dichiarato di aver sviluppato il tema centrale della Biennale prendendo spunto dalla figura carismatica di <strong>Harry Everett Smith</strong> (1923–91), film maker sperimentale, antropologo e musicologo americano a cui la grande manifestazione dedicherà un programma di concerti, performances ed eventi di vario genere. Tra le varie star del contemporaneo invitate alla manifestazione tutti gli occhi saranno puntati su <strong>Shaun Gladwell</strong> giovane talento casalingo che ha già avuto modo di raccogliere i favori di pubblico e critica alla scorsa Biennale di Venezia con la sua serie di video intitolata <strong>MADDESTMAXIMVS</strong> che si riallacciavano con una punta di ironia e molta poesia al cult cinematografico nazionale Mad Max.</p>
<p>Gladwell è da poco tornato da un’esperienza alquanto avventurosa quanto formativa, l’artista ha infatti passato diverso tempo in Afghanistan come artista di guerra ed ora si prepara a passare i prossimi mesi in studio per metabolizzare quanto visto e produrre il suo nuovo ciclo di opere. Gladwell ha inoltre girato molto materiale video e scattato numerose fotografie durante le sue tre settimane passate nella provincia di Oruzgan dove ha vissuto fianco a fianco con le truppe Australiane. Vedremo quali nuove opere sarà in grado di creare questo astro nascente dell’arte contemporanea.</p>
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