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	<title>GlobArtMag</title>
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		<title>Quando il fotoreportage diventa pornografia della sofferenza</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 14:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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Che comportamento assumete di fronte a fotoreportages che mostrano immagini reali al limite dell’horror puro? Tra immagini di guerra, terremoti, massacri ed incidenti stradali siamo certi che molte persone sono solite distogliere lo sguardo scioccate. Come siamo sicuri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4977" title="Stoned to Death Somalia, 13 December" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/Stoned-to-Death-Somalia-13-December-450x270.jpg" alt="Stoned to Death Somalia, 13 December" width="450" height="270" /></p>
<p><strong>Che comportamento assumete di fronte a fotoreportages che mostrano immagini reali al limite dell’horror puro?</strong> Tra immagini di guerra, terremoti, massacri ed incidenti stradali siamo certi che <strong>molte persone sono solite distogliere lo sguardo </strong>scioccate. Come siamo sicuri che in un secondo momento <strong>le stesse persone torneranno a guardare attentamente le disturbanti scene</strong> che sfidano ognuno di noi a divenire testimone/voyeur di agghiaccianti realtà.</p>
<p>“Afferrare la morte ed imbalsamarla per sempre è una cosa che solamente le macchine fotografiche possono fare e le fotografie scattate sul campo nel momento della morte (o poco prima di esso) sono le più celebri e le più richieste, basti pensare al miliziano morente di <strong>Robert Capa</strong>”, <strong>scrive Susan Sontag</strong> nel suo libro <strong>Regarding the Pain of The Others</strong> (guardare il dolore degli altri).  Questo significa che le foto sadicamente reali generano in molte persone una sorta di voyeurismo e questo i mass media lo sanno, per questo si ostinano  a farne largo uso.</p>
<p>Tra la galleria di foto dei vincitori del <a href="http://www.worldpressphoto.org/index.php?option=com_photogallery&amp;task=view&amp;id=1723&amp;Itemid=258&amp;type=&amp;selectedIndex=2&amp;bandwidth=high" target="_blank"><strong>World Press Photo of The Year</strong></a> presente sul sito è possibile visionare una serie di 4 immagini intitolata<strong> Stoned to Death, Somalia, 13 December</strong> (Ucciso a sassate, Somalia, 13 Dicembre) del fotografo dell’associated press <strong>Farah Abdl Warsameh</strong>. Quelle immagini sono ancor più scioccanti di qualsiasi altro reportage di guerra. La prima foto mostra la vittima sotterrata fino al collo mentre la seconda mostra un gruppo di uomini che gettano pietre sulla sua testa. <strong>La terza foto mostra il prigioniero totalmente insanguinato che viene dissotterrato</strong> ed infine l’ultima mostra il povero corpo senza vita martoriato dal gruppo di uomini che così completa il macabro rituale di morte. <span id="more-4976"></span>Questa sorta di <strong>pornografia della sofferenza</strong> solleva molte questioni etiche ma si riallaccia in qualche modo alle tematiche presenti in opere di <strong>Andy Warhol</strong> come in <strong>Automobile in Fiamme</strong> del 1963 dove l&#8217;artista riproduce l&#8217;esatta indifferenza del passante, un&#8217;indifferenza nei confronti della vittima dell&#8217;incidente impalata su di un palo telefonico (che già di per se sarebbe crudele). <strong>La disturbante ripetizione della stessa immagine operata da Warhol riesce a far perdere di significato l&#8217;intera scena</strong>.</p>
<p>Insomma la violenza in prima pagina e sui telegiornali ci ripugna, ci offende, ci terrorizza ma al tempo stesso ci affascina ed in fine ci lascia indifferenti. <strong>Questo lato oscuro della natura umana, ancorato ad istinti primordiali è parte integrante di una società contemporanea </strong>sempre più anestetizzata dai media.</p>
<p>Photo Copyright: Farah Abdi Warsameh</p>
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		<title>La scena dell&#8217;arte analizzata da Jennifer Dalton e William Powhida</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 11:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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Fino al 20 marzo prossimo la Edward Winkleman Gallery di New York ospiterà un’interessante serie di incontri intitolati #class, eventi mirati al dialogo a 360 gradi a cui possono partecipare artisti, critici, dealers, collezionisti e chiunque abbia voglia di partecipare ed esaminare il modo in cui l’arte contemporanea viene create e viene fruita. Il dialogo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4974" title="william powhida" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/william-powhida-450x299.jpg" alt="william powhida" width="450" height="299" /></p>
<p>Fino al 20 marzo prossimo la <strong>Edward Winkleman Gallery</strong> di New York ospiterà un’interessante serie di incontri intitolati <strong>#class</strong>, eventi mirati al<strong> dialogo a 360 gradi a cui possono partecipare artisti, critici, dealers, collezionisti </strong>e chiunque abbia voglia di partecipare ed esaminare il modo in cui l’arte contemporanea viene create e viene fruita. <strong>Il dialogo in galleria sarà anche mirato ad identificare e proporre alternative capaci di riformare il presente sistema dell’arte</strong> ed il mercato in genere.</p>
<p>Per sistema dell’arte si intende sia <strong>una precisa rete di dealers, gallerie e musei che agisce ed espone artisti caratterizzati da una precisa estetica</strong> uniformata, oltre che una vera e propria architettura economica intangibile e non quantificabile ove regnano favori reciproci e meccanismi sepolti. L’idea di questa nuova e rivoluzionaria serie di brainstormings collettivi è stata partorita da <strong>Jennifer Dalton </strong>e <strong>William Powhida</strong>, due artisti che hanno contribuito a mettere in luce alcune logiche non troppo chiare nascoste dietro la gestione del <strong>New Museum </strong>di New York.  <span id="more-4973"></span>Powhida in particolare ha realizzato lo scorso autunno <strong>una celebre vignetta satirica apparsa sulle prime pagine di vari magazine artistici</strong>. Nella divertente striscia l’artista definiva tutti i conflitti di interessi che ruotano attorno alla celebre istituzione museale, come la nomina di <strong>Jeff Koons</strong> a curatore di mostre (<strong>Skin Fruit</strong> al New Museum n.d.r.)  il quale organizza un evento con opere provenienti dalla collezione di <strong>Dakis Joannou</strong> che a sua volta è sia collezionista di Koons, sia benefattore del New Museum stesso.</p>
<p>Jennifer Dalton e William Powhida  passeranno più tempo possibile all’interno della Edward Winkleman Gallery,<strong> creando opere e partecipando ai dialoghi, trasformando così lo spazio espositivo in una sorta di studio/tavola rotonda aperto a tutti</strong>. Sembra quindi che non solo in Italia sia sorta l’esigenza di porsi contro le regole di un sistema dell’arte sempre più soffocante che lascia dietro di sé le sue proposte più interessanti per occuparsi solo di quelle “di facciata” e palesemente vuote.</p>
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		<title>Buon compleanno GlobArtMag</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 10:00:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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Eh si, è passato un anno! 365 giorni di arte contemporanea e noi abbiamo cercato di riempirli con notizie, curiosità, approfondimenti e critiche con l&#8217;obiettivo di offrire ai nostri utenti una visione libera ed a volte irriverente ma mai banale.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4980" title="monroe" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/monroe-413x450.jpg" alt="monroe" width="450" height="480" /></p>
<p>Eh si, è passato un anno! <strong>365 giorni di arte contemporanea</strong> e noi abbiamo cercato di riempirli con <strong>notizie, curiosità, approfondimenti</strong> e <strong>critiche</strong> con l&#8217;obiettivo di offrire ai nostri utenti una visione libera ed a volte irriverente ma mai banale.</p>
<p>Inutile dire che quando abbiamo iniziato questa nuova avventura non ci aspettavamo di certo un simile successo di pubblico ma tutto si è materializzato giorno per giorno grazie al vostro continuo e crescente interesse. Andremo avanti con molte novità, cercando sempre di <strong>coinvolgere tutti voi lettori e continuando a far sentire la nostra &#8220;voce fuori dal coro&#8221;</strong>.</p>
<p>Grazie a tutti voi&#8230;</p>
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		<title>I Raggi UV riportano alla luce un affresco di Giotto</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 07:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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Importante scoperta di un team di restauratori italiani che durante i loro interventi su alcuni affreschi del Giotto (maestro del 14esimo secolo) sono riusciti a riportare alla luce incredibili colori e dettagli mai visti, presumibilmente occultati da secoli di polvere ed impurità.  Gli affreschi, databili attorno al 1320, fanno parte delle decorazioni delle mura della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4971" title="giotto santa croce" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/giotto-santa-croce.JPG" alt="giotto santa croce" width="450" height="333" /></p>
<p>Importante scoperta di un team di restauratori italiani che <strong>durante i loro interventi su alcuni affreschi del Giotto (maestro del 14esimo secolo) sono riusciti a riportare alla luce incredibili colori e dettagli mai visti</strong>, presumibilmente occultati da secoli di polvere ed impurità.  Gli affreschi,<strong> databili attorno al 1320</strong>, fanno parte delle decorazioni delle mura della <strong>cappella Peruzzi </strong>nella <strong>Basilica di Santa Croce </strong>a Firenze.</p>
<p>La cappella è stata immortalata dalla regista<strong> James Ivory</strong> che nel 1985 scelse proprio la magica location per girare una scena del film <strong>Camera Con Vista</strong>. Nella scena in questione la celebre attrice <strong>Helena Bonham Carter</strong> interpreta la nobildonna inglese <strong>Lucy Honeychurch </strong>che nella cappella incontra il suo futuro marito. Gli affreschi di Giotto raffigurano l’ascesa in paradiso di <strong>San Giovanni Evangelista</strong> e la testa di <strong>San Giovanni Battista</strong> presentata a <strong>Re Erode </strong>su di un piatto portato da un soldato Romano. <strong>Per riportare alla luce gli sfavillanti colori creati dal grande maestro, i restauratori hanno utilizzato i raggi ultravioletti</strong>. <span id="more-4970"></span>In realtà <strong>il team si è imbattuto per sbaglio nella tecnica ad ultravioletti</strong> mentre era indaffarato a mappare l’affresco per un possibile futuro restauro. Nel corso del loro lavoro i ricercatori hanno scoperto la luce ultravioletta, puntata sui dipinti, era in grado di evidenziare aspetti del tutto invisibili ad occhio nudo. Secondo molti studiosi gli affreschi di Giotto nella cappella Peruzzi sono stati fonte d’ispirazione per <strong>Michelangelo </strong>e sono riusciti ad influenzare le opere del grande artista a 200 anni di distanza.</p>
<p><strong>Già nel 18esimo apparivano coperti da una precedente imbiancatura delle pareti</strong>, successivamente <strong>nel 1840 furono oggetto di un brutale restauro</strong>. L’intonacatura fu infatti rimossa a colpi di spugne abrasive, spazzole in ferro e solventi aggressivi, metodi inopportuni che hanno graffiato e sbiadito la superficie dell’opera con conseguente perdita di dettagli.  Gli amanti dell’arte però non potranno ammirare i colori e le forme originali dell’affresco di Giotto, poiché <strong>una permanente esposizione alla luce ultravioletta rovinerebbe l’opera</strong>. I restauratori hanno però intenzione di utilizzare tale tecnica per il tempo necessario ad eseguire delle<strong> scansioni generate al computer </strong>che creeranno un facsimile dell’intera opera di Giotto all’interno della cappella, questa volta con colori inediti.</p>
<p>Photo Copyright: REUTERS/Alessandro Bianchi</p>
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		<title>Ai Weiwei selezionato per la prossima mostra alla Turbine Hall del Tate Modern</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 14:00:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ai Weiwei, Il celebre artista/attivista cinese da tempo impegnato in una dura lotta per il rispetto dei diritti civili nel suo paese nation, è stato selezionato dai vertici della Tate Modern di Londra per realizzare una nuova installazione alla Turbine Hall nel prossimo ottobre. Lo spazio cavernoso è già stato occupato da incredibili installazioni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4966" title="ai weiwei" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/ai-weiwei.jpg" alt="ai weiwei" width="450" height="342" /><strong>Ai Weiwei</strong>, Il celebre artista/attivista cinese da tempo impegnato in una dura lotta per il rispetto dei diritti civili nel suo paese nation, <strong>è stato selezionato dai vertici della Tate Modern di Londra per realizzare una nuova installazione alla Turbine Hall nel prossimo ottobre</strong>. Lo spazio cavernoso è già stato occupato da incredibili installazioni di artisti quali <strong>Miroslaw Balka</strong> e <strong>Dominique Gonzalez-Foerster </strong>, ora non resta che vedere cosa escogiterà Weiwei che di estro e creatività ne ha da vendere.</p>
<p>L’artista è nato a Pechino ed<strong> è conosciuto per opere che provocano reazioni e generano dibattiti</strong>, non a caso in una recente intervista  ha dichiarato:  “<strong>Libertà significa avere il diritto di fare domande su tutto</strong>”.  Sino ad oggi Weiwei è l’unico artista della regione pacifico-asiatica (che ancora vive e lavora in Cina) ad essere stato selezionato per esporre nella Turbine Hall.  Da venti anni l’artista gioca un ruolo fondamentale nella scena dell’arte contemporanea cinese e nel 2008 ha collaborato con gli architetti<strong> Herzog &amp; de Meuron</strong> per la realizzazione del <strong>Bird’s Nest Stadium </strong>(o Nido d’uccello, ufficialmente chiamato National Stadium), struttura ufficiale delle <strong>olimpiadi di Pechino 2008</strong>. <span id="more-4965"></span>Dopo aver vissuto negli Stati Uniti dal 1981 al 1993, Weiwei è tornato a Pechino ed ha creato nel 1995 la celebre opera <strong>Dropping a Han Dynasty Urn</strong>, trittico che mostra l’artista nell’atto di <strong>rompere un antico vaso di ceramica il quale si polverizza sotto i suoi piedi</strong>. Altro famoso lavoro di Weiwei è l’installazione <strong>Template</strong> del 2001 nella quale l’artista ha utilizzato 1.001 porte e finestre di legno provenienti da edifici distrutti di tutta la Cina. Inoltre per commemorare il devastante <strong>terremoto di Sichuan del 2008</strong>, l’artista ha realizzato un testo in cinese costituito da <strong>migliaia di zainetti per bambini </strong>che nel 2009 hanno ricoperto la facciata dell’<strong>Haus der Kunst</strong> di Monaco in Germania.</p>
<p>In merito alla sua scelta, <strong>Vicente Todoli</strong>, direttore della Tate Modern, ha dichiarato: “Siamo onorati di esporre uno dei più grandi artisti cinesi viventi. Le opere di Weiwei, solitamente concepite su larga scala, sono installazioni socialmente impegnate. Per questo siamo emozionati e non vediamo l’ora di vedere cosa farà negli spazi della Turbine Hall”. Va da sé che <strong>sul progetto di Weiwei vige lo stretto riserbo</strong>. <strong>Dovremo quindi attendere fino al 12 ottobre</strong> prossimo per scoprire quello che il bravo artista cinese sarà in grado di realizzare.</p>
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		<title>JR, ascesa di un eroe contemporaneo dal cuore d&#8217;oro</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 11:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dagli slums del Kenya fino alle banlieues di Parigi, il guerrilla artist JR ha piazzato le sue gigantesche facce sulle case delle aree più povere del mondo. L’artista parigino è l’unico in grado di rivaleggiare con Banksy visto che recentemente una sua opera è stata venduta da Sotheby’s ed un’altra è stata affissa sulle gigantesche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4963" title="jr" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/jr-450x300.jpg" alt="jr" width="450" height="300" />Dagli slums del Kenya fino alle banlieues di Parigi, il guerrilla artist <strong>JR</strong> ha piazzato le sue gigantesche facce sulle case delle aree più povere del mondo. L’artista parigino è l’unico in grado di rivaleggiare con <strong>Banksy</strong> visto che recentemente una sua opera è stata venduta da <strong>Sotheby’s</strong> ed un’altra è stata affissa sulle gigantesche mura della <strong>Tate Modern</strong>. Inoltre il lavoro di JR è particolarmente amato da celebrità del calibro di <strong>Trudie Styler</strong> e <strong>Damon Albarn</strong>, leader della celebre band musicale Blur.</p>
<p>JR (iniziali del suo vero nome che l’artista non ha mai reso noto) ha iniziato da teenager a creare graffiti ed <strong>ha in seguito cominciato a scattare fotografie quando ha rinvenuto per puro caso una macchina fotografica nella metropolitana di Parigi</strong>. Adesso all’età di 26 anni, l’artista ha mixato le due forme creative ed ha inventato un suo stile personale definito “<strong>photograffeur</strong>”, tecnica che consiste nel affiggere enormi fotografie in bianco e nero sulle mura e sui tetti di edifici pubblici di tutto il mondo. Ovviamente il tutto senza chiedere alcun permesso alle autorità.<span id="more-4962"></span> “<strong>Restando anonimo posso creare le mie opere ovunque</strong>, nessuno conosce il mio vero nome così è più facile viaggiare in giro per il mondo”. Nel 2004, durante le rivolte nei sobborghi parigini, JR ha scelto di piazzare le sue composizioni proprio nelle zone più calde, creando<strong> Portrait of a Generation </strong>una serie caratterizzata da giganteschi e buffi <strong>primi piani dei giovani residenti delle banlieues</strong>. “le mie opere sono state concepite per abbattere le barriere con un pizzico di ironia, finchè c’è humor, c’è vita” ha dichiarato l’artista.</p>
<p>La seconda fase del progetto <strong>28 Millimètres</strong> (l’artista ha usato un obiettivo 28mm per i suoi primi piani) si è svolta in Medio Oriente dove JR ha organizzato la più grande mostra fotografica totalmente illegale del mondo. Per l’occasione<strong> l’artista ha incollato su un pezzo di muro tra Israele e Palestina, un gigante trittico raffigurante un Rabbino, un Prete ed un Imam</strong> dalle espressioni deliberatamente comiche.  Ma la fama e le vendite non hanno cambiato le intenzioni di JR, artista sempre impengato nel sociale. <strong>Lo scorso aprile l’artista si è recato a Rio per aprire un centro culturale nel cuore di una favela</strong>, i soldi provengono direttamente dalle vendite delle sue opere all’asta, l’ultima per 26.000 sterline. JR ha inoltre venduto un’immagine a Damon Albarn che la utilizzerà per il suo prossimo album intitolato <strong>Africa Express</strong>.</p>
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		<title>Steve Lazarides punta tutto su Ian Francis e la nuova pittura contemporanea</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 07:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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Quel vecchio volpone di Steve Lazarides sembra avere un fiuto particolarmente sviluppato per la scoperta di nuovi talenti e bisogna proprio ammettere che tutti gli artisti toccati dal pragmatico gallerista newyorchese si tramutano in galline dalle uova d’oro. Questa volta Lazarides annuncia la prima mostra personale del pittore Ian Francis che verrà per l’occasione ospitato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4960" title="ian francis" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/ian-francis-450x311.jpg" alt="ian francis" width="450" height="311" /><br />
Quel vecchio volpone di <strong>Steve Lazarides</strong> sembra avere un fiuto particolarmente sviluppato per la scoperta di nuovi talenti e bisogna proprio ammettere che tutti gli artisti toccati dal pragmatico gallerista newyorchese <strong>si tramutano in galline dalle uova d’oro</strong>. Questa volta Lazarides annuncia la prima mostra personale del pittore <strong>Ian Francis</strong> che verrà per l’occasione ospitato dagli spazi londinesi della <strong>Rathbone</strong> Gallery dal 25 marzo al 6 maggio 2010.</p>
<p style="text-align: justify;">L’artista presenta una serie di schizzi e 16 grandi dipinti basati sui paradossi. I dipinti di Francis presentano,<strong> scene narrative e giustapposizioni di immagini di paesaggi apocalittici dove si stagliano figure femminili</strong>. Il tutto in bilico tra astrazione ed espressionismo. Per portare a termine le sue tele l’artista usa una combinazione di <strong>olio, acrilico ed inchiostro</strong>, il tutto mescolato sapientemente in modo da creare vere e proprie visioni illusorie. La mostra dal titolo <strong>Exodus,</strong> riflette sulle ossessioni della società nei confronti dei mass media e della coltura popolare, porno stars, cheerleaders ed attrici si muovono con aria sinuosa e provocatoria in ambienti evanescenti e dannati, dalla bellezza inaspettata. <span id="more-4959"></span>Nato nel 1979, Ian Francis vive e lavora a Bristol proprio come il suo celeberrimo collega <strong>Banksy. </strong>Francis trae ispirazione dal mondo di internet che ha iniziato ad usare nel 2001. Dopo l&#8217;attacco terroristico al <strong>World Trade Center </strong>di New York e le guerre in Afghanistan ed in Iraq, l&#8217;artista ha cominciato ossessivamente a seguire i telegiornali e le news televisive. Le sue opere incorporano un&#8217;ampia selezione di materiali presi da internet, dai film e dai telegiornali e si riallacciano al re dell&#8217;illustrazione <strong>Dan McKeen </strong>ed alla letteratura contemporanea di autori come <strong>Tom McCarthy</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;<strong>Passo molto tempo a leggere libri, guardare film e surfare su internet</strong>. Salvo sul mio computer tonnellate di fotografie che mi colpiscono, sono immagini varie provenienti da ogni posto del mondo. Letteratura, films, foto e realtà quotidiana si uniscono al mio immaginario e provocano la scintilla creativa. <strong>Così nascono i mei quadri</strong>&#8220;. ha recentemente dichiarato l&#8217;artista.</p>
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		<title>New Museum, Jeff Koons e Dakis Joannou: cronache di un disastro annunciato</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 14:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Finalmente si è aperta Skin Fruit (in visione fino al 6 giugno 2010), la tanto attesa e criticata mostra del New Museum curata da Jeff Koons con opere provenienti direttamente dalla collezione del celebre dealer greco Dakis Joannou, il quale figura anche tra i benefattori del museo. Questo strano conflitto di interessi fu aspramente criticato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4956" title="maurizio cattelan" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/maurizio-cattelan-450x300.jpg" alt="maurizio cattelan" width="450" height="300" />Finalmente si è aperta <strong>Skin Fruit </strong>(in visione fino al 6 giugno 2010), la tanto attesa e criticata mostra del <strong>New Museum</strong> curata da <strong>Jeff Koons</strong> con opere provenienti direttamente dalla collezione del celebre dealer greco<strong> Dakis Joannou</strong>, il quale figura anche tra i benefattori del museo. <strong>Questo strano conflitto di interessi fu aspramente criticato lo scorso autunno</strong>, al momento della presentazione del progetto ed in molti furono concordi nel definirlo &#8220;<strong>una pessima idea</strong>&#8220;. Ed a giudicare da quello che possiamo vedere oggi nelle sale del New Museum non c&#8217;è che da confermare tale affermazione.</p>
<p>Le opere in mostra sono state selezionate ed installate in maniera del tutto caotica da Mr.Koons (vecchio amico di Joannou il quale possiede molte opere dell&#8217;artista), basti pensare al fatto che <strong>l&#8217;artista ha riempito gli spazi espositivi con ben 80 opere</strong> tra dipinti, sculture, disegni, video e performances creati da 50 artisti diversi. Ovviamente ci sono alcune opere decisamente interessanti ed alcune sorprese ma la stragrande maggioranza degli artisti sono grandi nomi come <strong>Mike Kelley</strong> e<strong> Cindy Sherman</strong> o nuove ma già celebri conoscenze come <strong>John Bock</strong>,<strong> Nathalie Djurberg </strong>e <strong>Dan Colen</strong>, insomma artisti che già fanno parte della scena dell&#8217;arte e le cui opere sono presenti in numerose collezioni private e museali. <span id="more-4955"></span>Tutto è preconfezionato e pronto per piacere, tutto si risolve in un giro di favore tra squali del mercato: &#8220;<strong>io faccio esporre il mio artista ed il tuo artista nel museo, così le quotazioni salgono e rivendiamo le sue opere ad un prezzo maggiore, così siamo tutti più ricchi e felici</strong>&#8220;. Con questa mostra il New Museum ha totalmente deragliato dalla sua missione iniziale di porsi come un’alternativa d’avanguardia ai musei tradizionali, divenendo un piccolo circolo di amici.</p>
<p>Jeff Koons ha organizzato una mini-fiera dell&#8217;arte, stando ben attento ad inserire opere di artisti come <strong>Richard Prince, Urs Fischer, Charles Ray, Chris Ofili</strong> e <strong>Takashi Murakami</strong>. Anche <strong>Maurizio Cattelan</strong> è presente alla mostra ma la sua opera raffigurante un manichino di cera con le fattezze di <strong>John F. Kennedy</strong> disteso nella sua bara, non è niente di nuovo sotto al sole. Forse è giunto il momento di cambiare registro poichè queste pompose manifestazioni ( come anche il <strong>Padiglione Italia </strong>alla scorsa <strong>Biennale di Venezia</strong>) rischiano di trasformare ogni mostra in una grande e noiosa asta.</p>
<p>Photo: Librado Romero/The New York Times</p>
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		<title>Frederick Sommer, fotografie di un mondo misteriosamente reale</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 11:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un grande maestro, un fotografo innovativo, uno sciamano forse un misitco o un eremita. Questi termini sono forse limitativi per una figura monumentale come quella di Frederick Sommer, artefice di vere e proprie alchimie fotografiche in bianco e nero, dai fotomontaggi, ai soggetti evanescenti fino alle ossa dei coyote ed alle interiora di animali brutalmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4950" title="frederick sommer1" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/frederick-sommer1-450x429.jpg" alt="frederick sommer1" width="450" height="429" /><strong>U</strong><strong>n grande maestro, un fotografo innovativo, uno sciamano forse un misitco o un eremita</strong>. Questi termini sono forse limitativi per una figura monumentale come quella di <strong>Frederick Sommer</strong>, artefice di vere e proprie alchimie fotografiche in bianco e nero, <strong>dai fotomontaggi, ai soggetti evanescenti fino alle ossa dei coyote ed alle interiora di animali brutalmente</strong> fissate sullo sfondo bianco. Sommer era un&#8217;autodidatta e la fotografia diurna era la sua pratica preferita, un medium capace di portarlo in molteplici direzioni attraverso le oscure strade del processo creativo.</p>
<p>Nato nel 1905 nel sud dell&#8217;Italia e cresciuto in Brasile, Sommer si stabilì nel deserto dell&#8217;Arizona all&#8217;età di 30 anni e lì rimase fino alla sua morte nel 1999. <strong>L&#8217;infinita distesa desertica divenne presto il teatro di ogni sua creazione</strong>, dalle formazioni rocciose ai cactus, alle ossa scolorite dal sole. <strong>Sommers non smise mai di fissare con la sua macchina ogni aspetto della realtà</strong> silente che lo circondava, sino a giungere alla completa astrazione. La creatività di Sommers è in continuo equilibrio tra arte e realtà ma non si tratta della stessa ricerca portata avanti dagli artisti Neo-Dada come  <strong>Allan Kaprow, Carolee Schneemann, Al Hansen, Alison Knowles</strong> o <strong>Dick Higgins</strong>. <span id="more-4951"></span></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4952" title="frederick sommer" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/frederick-sommer.jpg" alt="frederick sommer" width="450" height="389" /></p>
<p>Per Sommer realtà ed arte erano legate all&#8217;esperienza estetica e l&#8217;artista era fermamente convinto che l&#8217;arte avesse il potere di trasformare la percezione della realtà . &#8220;<strong>Se non fossimo capaci di sognare, non saremmo nemmeno in grado di percepire la realtà</strong>&#8221; questa frase di Frederick Sommer è forse la chiave di volta di tutta la sua opera, l&#8217;unica porta aperta in un universo abitato da fantasmi, presagi ed appunto visioni oniriche.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4953" title="Frederick Sommer2" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/Frederick-Sommer2-450x359.jpg" alt="Frederick Sommer2" width="450" height="359" /></p>
<p>Nel corso della sua vita Frederick Sommer ha fatto tutto da solo. <strong>Ha fotografato qualunque cosa ed ha disegnato e dipinto quello che per lui aveva un senso</strong>, creando così una distinta continuità artistica, apparentemente senza che ciò gli costasse fatica alcuna. Le sue opere sono un paradigma oltre il regno dell&#8217;ordinario, oltre la politica e l&#8217;economia, mondi vuoti che ormai si sono impossessati dell&#8217;arte al punto che non è più possibile distinguerli o vederli.</p>
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		<title>Jonathan LeVine ed il Pop Surrealism alla riscossa</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 07:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Micol Di Veroli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-4947" title="jonathan levine" src="http://www.globartmag.com/wp-content/uploads/2010/03/jonathan-levine-450x260.jpg" alt="jonathan levine" width="450" height="260" />Per il quinto anniversario della sua galleria di New York, <strong>Jonathan LeVine</strong> ha riempito i suoi spazi con opere di 35 artisti, molti dei quali fanno parte della sua scuderia. Lo spazio si trova nella zona di Chelsea ma non aspettatevi di vedere una mostra con opere caratterizzate da astrazioni cool o ermetiche forme concettuali. L&#8217;evento è infatti dedicato a quella che comunemente è definita <strong>Lowbrow art</strong> o <strong>Pop Surrealism</strong>,  filone artistico che vanta nelle sue file numerosi talenti e che <strong>fino ad ora è stato relegato ai margini del mercato dell&#8217;arte</strong>.</p>
<p>Ovviamente le cose stanno lentamente cambiando e dopo anni di gavetta anche la Lowbrow Art comincia a raccogliere i consensi da parte di pubblico, critica e collezionismo. &#8220;<strong>siamo ad un importante punto di svolta</strong>, ora il mercato internazionale e la scena dell&#8217;arte istituzionale si sono resi conto di queste meravigliose opere&#8221; ha dichiarato LeVine con quella soddisfazione di chi fin dall&#8217;inizio della carriera di dealer ha deciso di puntare tutto sull&#8217;imprevisto. <span id="more-4948"></span>Molti artisti presenti in questa grande mostra collettiva (che rimarrà in visione sino al 27 marzo) non hanno ancora superato i quaranta anni d&#8217;età ma i loro nomi sono già molto conosciuti nell&#8217;ambiente artistico, si parla infatti di gente come<strong> Blek Le Rat, Ray Caesar, Ron English, Gary Baseman, Gary Taxali, Invader, Jeff Soto, Jim Houser, Miss Van, Shepard Fairey, Tara McPherson, WK </strong>e tanti altri. Gente cresciuta a colpi di <strong>Star Trek</strong> o <strong>Star Wars</strong>, leggendo i comics ed ascoltando punk rock ed hip hop. Artisti che producono opere tipicamente figurative ed a volte narrative in una maniera accessibile e populista.</p>
<p>&#8220;<strong>Per questa generazione cresciuta con la televisione, l&#8217;immaginario pop è l&#8217;unico linguaggio</strong>. La loro cultura è la pop culture&#8221; ha aggiunto LeVine. L&#8217;establishment ha reagito molto lentamente all&#8217;invasione Lowbrow, Jonathan LeVine ha invece abbracciato sin da subito questo movimento, organizzando mostre nei club e nei bar come il celebre <strong>CBGB </strong>negli anni &#8216;90. In seguito il magazine Juxtapoz, fondato nel 1994, ha sancito l&#8217;inizio della scalata del Lowbrow nell&#8217;ambiente artistico. In seguito celebri dealers come <strong>Jeffrey Deitch, Tony Shafrazi </strong>e<strong> Earl McGrath</strong> hanno cominciato ad inserire artisti Lowbrow nei loro ranghi ed istituzioni come il<strong> Museum of Modern Art</strong>, il <strong>Whitney Museum</strong> e la <strong>Fondation Cartier</strong> di Parigi hanno organizzato grandi mostre dedicate a questo movimento. Oggi è finalmente giunto il momento della verità e noi siamo curiosi di vedere se il Lowbrow riuscirà ad entrare nella storia dell&#8217;arte.</p>
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