Thomas Hirschhorn: l’assoluto si dà nella precarietà

di Redazione Commenta

La Biennale di Venezia 2011 certamente verrà ricordata per le sue defaiances, ma è opportuno sottolineare che non tutto merita di finire nel tritacarne della critica e del gossip. E’ il caso del padiglione svizzero e più in particolare del lavoro di Thomas Hirschhorn, Crystal of Resistence. Hirschhorn non è  certo una novità nell’ambito del panorama artistico contemporaneo, ma è sicuramente una di quelle glorie che merita di essere citata ogni volta.

Per l’occasione, ma forse non è propriamente giusto definirla un’esperienza occasionale data la sua natura transitoria, Hirschhorn allestisce negli spazi del padiglione svizzero una sorta di microcosmo caotico e instabile, fatto di elementi precari, tenuti assieme con semplice nastro adesivo, mettendone in evidenza la natura fittizia e caduca. Si tratta di oggetti di ogni sorta, appartenenti all’universo concreto e mondano, vi appaiono manichini laceri, rotocalchi, sedie di plastica, fotografie, il tutto tenuto insieme dal nastro da imballaggio e dalla pellicola in alluminio; quasi a voler, attraverso questi semplici accorgimenti, elevare questo materiale a qualcosa di più prezioso e trascendente. In questo senso agisce il fattore “cristallizzante” dell’opera; l’idea venne a Hirschhorn 15 anni fa, vedendo dei bambini intenti a vendere dei semplici cristalli da poco conto, forse reduci di qualche corredo casalingo. In quell’istante il cristallo assurge a momento significativo di esperienza assolutizzante. Non importa la storia dell’oggetto ma piuttosto il valore che assume e che potrebbe assumere per chiunque altro. Così, come ci suggerisce il titolo, il cristallo è ogni presente nel lavoro, sia in veste materica, sia come presupposto formale tanto che un qualsiasi materiale rifrangente e sfaccettato può diventare prezioso.

L’esperienza del cristallo serve a Hirschhorn a declinare la propria filosofia, una rinnovata ricerca dell’assoluto certo, ma non come territorio isolato e avulso dal contesto ordinario, piuttosto come tensione che in ogni momento si stabilisce tra il significante e qualcosa che rimanda altrove. E’ quello che l’artista chiama “resistenza”, intesa sia ontologicamente che politicamente. La resistenza a suo parere nasce dal riconoscimento della precarietà, solo in questa condizione è possibile tendere verso il limite, sviluppare il senso creativo e quindi, in esso, riscontrare l’assolutezza dell’esperienza umana. L’ossessione di Hirschhorn è tutta volta alla ricerca di una forma che vada al di là della mera comprensione significante, qualcosa che sia piuttosto esperibile, assimilabile attraverso i sensi e poi abbandonata; non a caso le sue strutture sono transitorie, Crystal of Resistence non è concepita per il padiglione 2011 ma, a detta dell’artista stesso, gli scivola addosso come una seconda pelle, ma potrebbe essere collocata in un’altra qualsiasi location. Ancora una volta l’arte non intende dare giudizi ma si colloca in primo luogo come tensione alla ricerca prefiggendosi dunque di rendere lo spettatore partecipe di questa tensione sempre volta a rinnovarsi, in rapporto, e non in contraddizione, con il fluire del tempo.

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