MiArt, la fiera che reinventa la sagra di paese

di Micol Di Veroli Commenta

Alla vigilia del sostanziale fiasco della scorsa edizione di Arte Fiera Bologna, con la relativa fuga/cacciata che dir si voglia della patron storica Silvia Evangelisti, molte gallerie assenti avevano dichiarato a popolo e paese di voler puntare tutto su MiArt, kermesse meneghina a loro parere meglio organizzata e soprattutto più prestigiosa in ambito internazionale. In realtà, dopo un nostro passaggio all’edizione 2012 della fiera, ci siamo resi subito conto che prestigio e caratura internazionale non sono caratteristiche attribuibili a MiArt.

La cartina al tornasole di quanto precedentemente affermato risiede proprio nella selezione delle gallerie partecipanti, un buon 80% delle stesse gioca in casa. Difficile far passare per internazionale una fiera cui partecipano quasi esclusivamente gallerie locali, tra tutti gli attacchi subiti da Arte Fiera Bologna non si può certo metter in dubbio la sua aura nazionalpopolare. Per quanto riguarda la presenza di dealers oltreconfine, i numeri parlano chiaro: meno del 8% sul totale delle gallerie presenti in fiera, un drappello assai esiguo quasi esclusivamente composto da gallerie tedesche se si esclude un guizzo newyorchese ed un paio londinesi, di certo chiamate a partecipare a costo zero. Altra nota dolente, il pubblico. Presenze ben al di sotto del limite sindacale all’interno di una fiera a dir poco microscopica, visitabile in mero di due ore senza andar troppo di fretta. 

E dire che per organizzare questa fiera si era sentito il bisogno di chiamare un “chirurgo” come Frank Boehm, curatore della  Deutsche Bank Collection Italy.  Tra i pareri raccolti in giro comincia già a serpeggiare l’ipotesi di abbandonare definitivamente il comparto fieristico nazionale, colpevole di non essersi saputo rinnovare e complice assieme al sistema di non aver attirato l’interesse del pubblico internazionale. Già, i fatti parlano chiaro, in Italia i veri collezionisti si contano sulla dita di una mano ed a sperare la “venuta” dei collezionisti stranieri non invitati (vale a dire quelli non a sbafo) c’è da invecchiare prematuramente. Certo, nelle dichiarazioni ufficiali tutti si sono complimentati per la buona riuscita della fiera, ma una volta spenti i microfoni: via con la girandola dei malcontenti. Del resto si deve dar l’impressione del “tutto va bene” per non cadere definitivamente nel baratro in cui già ci troviamo.

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