Achille Bonito Oliva e Ai Weiwei dalla parte dei Gao Brothers

di Micol Di Veroli Commenta

I Gao Brothers sono artisti decisamente battaglieri, le loro proteste contro le rigide spire del regime politico cinese sono ormai divenute celebri. Va detto che molto spesso in Cina il dissenso politico è punito severamente e le opere d’arte sono pericolose quanto una protesta di massa. Negli ultimi anni i Gao Brothers hanno subito raid della polizia,  le loro opere sono state confiscate dalle autorità e la stessa fine hanno fatto i loro passaporti. I due sono infatti rimasti confinati in Cina per dieci anni vale a dire fino al 2003.

I due fratelli mirano a raggiungere la verità tramite l’arte e non si considerano dissidenti ma semplicemente persone che usano l’arte per esprimere ciò che vogliono. Recentemente, a Pechino, il dinamico duo  ha inaugurato la mostra Portraits (chiusa il 19 luglio) alla China Art Archives & Warehouse, con due curatori d’eccezione: Ai Weiwei ed il nostro Achille Bonito Oliva. Come di consueto i due artisti non hanno fatto pubblicità, ne diramato comunicati stampa ma inviato alcune e-mail al loro ristretto circolo di conoscenze, come se si trattasse di un evento segreto.

Cuore della mostra una serie di ritratti di celebri dittatori del 20esimo secolo, affiancati da figure di morte o di fanciullezza. I Gao Brothers hanno recentemente dichiarato di aver usato l’arte come via di fuga dopo che il loro padre era stato ucciso durante la Rivoluzione Culturale cinese degli anni ’60 e ’70. Il padre dei due fratelli fu torturato a morte mentre il governo dichiarò che si era suicidato.

La mostra Portraits è stata completata da un bel testo di Achille Bonito Oliva che spiega così la linea creativa dei fratelli Gao: “Il lavoro dei Gao Brothers ha un fondamentale significato sociale in quanto mira a porre l’osservatore in una condizione di presa di coscienza sull’importanza degli altri. L'”altro” può essere uomo o donna, un poliziotto o una prostituta. In sostanza, il lavoro dei Gao Brothers ha un marcato accento antropologico che sottolinea il ruolo dell’arte come unico processo in grado di liberare l’uomo contemporaneo dalla schiavitù del materialismo e del potere“.

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