Tribute to Hieronymus Bosch in Congo: Jan Fabre a Magazzino D’Arte Moderna

di Daniela Cotimbo Commenta

 

Jan Fabre, courtesy Magazzino D'arte Moderna

Il 10 novembre scorso, presso gli spazi della galleria Magazzino di Roma, è stata inaugurata la mostra Tribute to Hieronymus Bosch in Congo, terza personale dell’artista belga Jan Fabre negli spazi della galleria.

Fabre, ormai noto per la sua intensissima attività che spazia tra installazione e performance teatrale, ci regala, in questa occasione, un’analisi visuale transtorica che, partendo dall’omaggio al celeberrimo pittore fiammingo, giunge ad una pagina drammatica di storia recente che vede il Belgio protagonista, questa volta con Leopoldo II, di un’intensa attività coloniale all’insegna dello sfruttamento e della violenza.

I due elementi convivono, si compenetrano, appartengono ad una stessa identità. Appare efficacissimo l’utilizzo da parte dell’artista di veri e propri brani estrapolati dall’opera di Bosch ed in particolare dal trittico del Giardino delle Delizie; si tratta di immagini di efferata brutalità che vengono ricontestualizzate in relazione all’esperienza storica e ben ne sottolineano il carattere crudo, a tratti surreale se si pensa che simili torture appartengono a un momento storico piuttosto vicino nel tempo.

Tanto più questo ci appare pertinente in relazione  all’opera del maestro fiammingo che era stata concepita come un ammonimento per gli uomini nei confronti delle tentazioni della vita.

Un esempio rilevante è quello del  grande pannello in cui vi è raffigurata una mano mozzata: l’elemento è tratto da un’usanza realmente diffusa in Congo secondo cui chi non poteva permettersi di pagare tributi al sovrano doveva cedere in pegno la propria mano, oppure Loterie Coloniale, in cui appaiono le effigi della lotteria belga a cui i coloni erano obbligati a partecipare pur essendo esclusi da eventuali possibilità di vincita.

Jan Fabre, Diamond, 2010, courtesy Magazzino D'Arte Moderna

Quella di Fabre non è però, mera narrazione, accostamento, riproposizione, il suo è sempre un lavoro sulla metamorfosi. Questo ci appare chiaro se ci soffermiamo sul peculiare medium scelto dall’artista: un’infinità di gusci di coleotteri le cui qualità cangianti trascendono il materiale e sembrano piuttosto riferirsi a preziose manifatture, a mosaici policromi.

Ancora una volta Fabre dimostra di dialogare col passato artistico ma anche di saper andare oltre. Il tutto viene come redento dal materiale in uso, un materiale che brilla di luce propria, qualcosa che appartiene all’architettura naturale prima ancora che l’uomo sia in grado di dargli una propria collocazione simbolica, riconducendolo a luogo di avidità e vizio.

Particolarmente efficace appare dunque questo contrasto tra un mondo intriso di convenzione, di abuso di potere e di brutalità, ed uno connotato dalla bellezza illibata della natura, una bellezza primordiale che manifesta in sé caratteristiche vicine ai  popoli segnati dall’esperienza coloniale e che in un certo senso è divenuta elemento di discrimine da parte delle società più “evolute”.

Questa nuova installazione dunque si prefigge attraverso l’abbondanza degli elementi narrativi di arrivare ad un più alto legame con l’esperienza vissuta ed, in particolare, al legame tra mente, cultura, costruzione sociale e corpo inteso come massima espressione della natura.

L’artista non ha paura di esibire anche i lati più oscuri della storia del suo popolo e tuttavia ci dimostra come l’arte ancora una volta possa essere occasione, non solo di riflessione e memoria, ma anche di stupore e di meraviglia.

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