Into the surface

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Brand New Gallery di Milano inaugura il 12 gennaio la mostra collettiva Into the surface. Fortemente interessati a trasporre in maniera tradizionale interessi pittorici su supporti e media anticonvenzionali, questo gruppo di artisti focalizza l’attenzione sul processo creativo in sé rispetto alla rappresentazione della realtà, relazionando i propri diversi processi creativi ed il proprio atteggiamento al concetto di “materia astratta”. Adottando un insieme di segni e strategie laddove linguaggi diversi si intrecciano in una continua ridefinizione del concetto di forma, questi artisti indirizzano i loro interessi al principio elementare della pittura attraverso l’uso di materiali inusuali, spesso semplici e grezzi, segnati dal luogo d’origine e dalle esperienze con essi condivise.

Ibridi tra pittura e scultura o tra pittura e fotografia, queste opere sono concepite con intensità, delicatezza ed un sottile senso di equilibrio. È interessante notare come ogni artista abbia un approccio specifico e differente alla materia che costituisce l’opera d’arte, da cui scaturisce una diversa poetica di fondo. Se le tele di Aaron Bobrow incorporano l’accidentale nell’estetica attraverso l’esplorazione dei limiti di vita dei materiali industriali (protési attraverso segni gestuali a divenire oggetti d’arte), Phil Wagner lavora principalmente con materiali poveri, oggetti ritrovati, recuperati e riciclati attraverso un continuo collegamento espressivo tra pittura e scultura; anche le opere di Alex Dordoy vengono percepite in primo luogo attraverso il supporto fisico e si configurano come detriti industriali, questa volta impregnati di un miscuglio di sostanze pittoriche. L’approccio pittorico è particolarmente presente nel lavoro del collettivo Leo Gabin, le cui tele celano una critica sociale concepita attraverso una rielaborazione estetica che cerca di stimolare l’immaginazione, imbrigliata negli stereotipi offerti dalla proliferazione delle immagini che scaturiscono dai media, ma anche nel lavoro di Oscar Murillo che si concentra su di un processo archeologico di crollo/rovina/ristrutturazione per cui anche i segni lasciati dalla polvere del pavimento del suo studio sono volutamente evidenziati sulla tela. David Hominal, invece, recupera una tecnica antica come quella dell’encausto per operare su una vasta gamma di supporti attraverso un processo di costruzione e decostruzione dell’immagine.

Altri artisti scelgono di esprimersi attraverso tecniche artistiche dalle caratteristiche quasi processuali, come Heather Cook, il cui denim frottage in mostra indaga il confine tra materia e immagine attraverso un approccio fenomenologico che comporta la sottrazione del pigmento grazie ad un’azione meccanica di sfregamento, o come Ned Vena, il cui pannello d’alluminio incorpora strati di vinile restituendo piani geometrici ed ipnotici ed è solcato da un pattern costituito dalle piccole creste caratterizzanti il materiale plastico applicato. Le sbavature degli inchiostri serigrafici utilizzati da Andrew Gbur sembrano opporsi alla costrizione del nastro adesivo che nelle sue opere funge da stencil, alla ricerca di una distorsione visiva che sembra lasciata in eredità dalla Op Art. Sperimentazione e processualità sono alla base del lavoro di Hugh Scott-Douglas che recupera un antico metodo di stampa come il cianotipo, attraverso cui elabora composizioni ancora una volta ottiche e minimaliste, mentre le opere di Nazafarin Lotfi rasentano la monocromia e la superficie scura inghiotte la luce rinnegando ogni forma di visibilità, facendo comparire qua e là elementi eterogenei e fuorvianti: un filo da pesca, delle graffette, un nastro adesivo, più che materiali in sé sono indizi di fronte a cui l’artista pone lo spettatore, come attori necessari per una rappresentazione teatrale del nulla.

Erik Lindman utilizza come supporto una tela di raso, su cui interviene con pittura ed inserti in stoffa, riorganizzando le superfici e trasformando la materia in immagine: una distesa scura ed increspata lascia posto ad una sezione quasi intonsa, come un poster strappato per rivelare ciò che stava sotto, mentre Dan Shaw Town si avvale di un linguaggio visivo tradizionale, quello del disegno, le sue opere si rifanno ad un modello elementare generato da righe e da segni di grafite, ma questi disegni si vestono di una varietà di superfici e trame ottenute attraverso un meticoloso lavoro di levigatura, cancellatura e pittura: le superfici, così consumate, anziché privare mettono a nudo i segni visibili del processo di creazione dell’opera. Il lavoro di N. Dash è caratterizzato da una purezza di fondo e da un linguaggio privato e introspettivo, in cui il tocco dell’artista-demiurgo permane nelle pieghe e nelle grinze del tessuto alterando la materia in modo irreversibile; ne risulta un processo quasi aleatorio, sigillato per mezzo del pigmento indaco, tinta originaria dell’India e contraddistinta da un valore antropologico antichissimo. Ben Schumacher è più che altro interessato al cedimento dell’oggetto in immagine e approfondisce questo tema creando installazioni scultoree che documenta sottoforma di immagini, creando una finzione visiva dell’oggetto originale. Insieme a lui, altri artisti evidenziano un approccio scultoreo che sembra essere imprescindibile quando si tratta di materia: le opere di Joseph Montgomery si estendono oltre le restrizioni della tela, diventando oggetti pittorici attraverso il collage di elementi plastici in cera, fibra di vetro e cartone, mentre Lisa Williamson indaga il potenziale espressivo degli oggetti attraverso il loro riposizionamento, in un lavoro rigorosamente formale in cui i materiali assumono funzioni intuitive e cognitive. Infine, Nick Van Woert non nasconde il suo interesse per l’architettura, una disciplina che influenza fortemente il suo lavoro: l’artista, infatti, crede nella semantica della materia e focalizza il proprio interesse su materiali comuni e da costruzione; le sue opere sono, allo stesso tempo, critica e resa per l’ambiente costruito e per la tendenza umana all’espansione territoriale.

 

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