I want live for ever – Yayoi Kusama alla Tate Modern

di Alessia Avallone Commenta

Sono una donna. Ho una personalità estremamente complessa. Non seguo né movimenti né correnti ma sono coerente solo con un unico principio: il mio moto interiore e la mia volontà. Sono nata nel lontano 1929 a Matsumoto, Giappone. Mi avvicino all’arte praticando la pittura ”Nihonga”, stile rigoroso e dal recupero della tradizione. Ma per un’arte come la mia che combatte al confine tra la vita e la morte, domandandosi che cosa siamo e che cosa vuol dire vivere e morire, il Giappone è troppo piccolo, troppo feudale e servile, sprezzante della figura femminile. La mia arte ha bisogno di libertà illimitata e di un mondo più ampio.

New York. “Infinity Net”: grandi tele ricoperte interamente da pennellate guidate da movimenti ad onda che creano uno spazio bidimensionale che fa oscillare lo sguardo, facendo tuttavia percepire il senso di profondità. Sono una delle prime artiste a confrontarmi con tele di così grandi dimensioni: in esse cerco di fondere realtà ed irrealtà. Una volta terminate ed esposte, mi piace farmi fotografare accanto ad esse indossandone lo stesso colore: è un modo per fondermi totalmente con i miei lavori e allo stesso tempo dominarli. Soffro di un disturbo convulsivo che mi spinge a ripetere costantemente gli stessi gesti.

ACCUMULATION – OBSESSION: Le forme si ripetono ossessivamente nel mio immaginario e io le riproduco ricoprendo la superficie di oggetti domestici e i miei stessi abiti, come parte integrante del mio vissuto.

Poi Pois : sono la mia vera ossessione, il mio marchio. Sono da sempre stata sprezzante del sistema dell’arte contemporanea, della cultura commerciale che porta all’esemplificazione e alla serialità. Attuo la mia polemica attraverso PERFORMANCE e HAPPENING dal forte contenuto sociale: i partecipanti indossano degli abiti disegnati da me o sono nudi. E’ la mia SEX REVOLUTION. Tutti dovrebbero averne una.

Sono consapevole di me stessa: un’artista donna che viene dall’oriente in una New York maschilista. Ne sono l’antitesi, il contrasto e lo rendo tangibile aggirandomi per le strade grigie e fredde indossando un tradizionale kimono giapponese e portando tra le mani un grazioso ombrellino: sono un fiore in mezzo al cemento.

Sono stanca dell’America e decido di tornare in Giappone. Vado di mia spontanea volontà in una clinica psichiatrica dove poco lontano vi stabilisco il mio studio. Vengo assalita da forti allucinazioni in questo periodo che sento il bisogno di esprimere attraverso i mie lavori; è l’aurea spirituale che vorrei non fosse solo mia, ma anche assoluta e che venga percepita da chi la guarda in modo che anche gli altri ne entrino in contatto fondendosi con essa.

E gli specchi ne sono il mezzo: ricoprono un’intera stanza e dal soffitto pendono dei led che si illuminano e si spengono ad intervalli riflettendosi all’infinito negli specchi, rivelando un segno all’infinito sospeso tra sogno e realtà, tra vita e ignoto: voglio concretizzare un mondo, far rivivere l’immaginario emanando la mia forte componente spirituale.

Sono tanto vecchia ormai. Attraverso la mia vita e le mie opere ho da sempre ricercato l’infinito, ho esplorato l’arte e il mio mondo interiore cercando di non smettere mai di re inventare me stessa cercando di creare un mio mondo ,un KUSAMA mondo. Ho attraversato ardui sentieri per giungere alla verità, riempiendo il mio cuore ogni volta di emozioni. C’è un profondo senso di amore, odio e disperazione che si riverbera alla fine dell’universo. Tra tutta questa disperazione mi chiedo se ancora si potrà vivere un domani. Ma non basterebbero tre vite per esprimere tutto quello che vorrei.

YAYOI KUSAMA, TATE MODERN GALLERY.

 

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