Noi siamo i “federali” dell’arte

di Micol Di Veroli Commenta

Il mondo dell’arte contemporanea del nostro belpaese vorrebbe cambiare, il guaio è che ancora non ha capito come fare. Le fiere cambiano nome, si trasformano, tentano una formula e dopo un fallimento ne tentano un’altra. I galleristi abbandonati dal sistema cercano nuove forme di comunicazione. Anche i curatori tentano di riprogrammarsi. Già, parliamo degli addetti del settore, questo oggetto ben identificato che ronza attorno all’artesistema.  Fino a ieri molti di loro ( o di noi se preferite) sono stati i paladini del mercato dell’arte, i sostenitori dell’esclusivismo e del “per pochi e non per molti”. Questi professionisti arrembanti hanno scritto lungimiranti testi, hanno firmato mirabili trattati, hanno siglato profumati accordi ed hanno professato l’avvento di una nuova arte made in Italy. Così non è stato e pian pianino il giocattolo si è rotto, molte gallerie hanno chiuso i battenti grazie ai consigli di  questi esperti del settore e molti collezionisti si sono ritrovati con un pugno di mosche. Bufale a destra e a mancina, Padiglioni Italia da ospizio comunale, artisti trattati come carne da cannone. Ora questi professionisti, e mi ci metto anche io, voglion diventare i paladini della giustizia, rivoltarsi contro le caste e contro i furbetti del quartiere. Una situazione che ricorda i vecchi federali colti nel tentativo di travestirsi da partigiani.  Purtroppo il tempo è terminato, guardiamo in faccia alla realtà: abbiamo ridotto l’arte contemporanea nostrana in uno stato comatoso ed ora vorremmo fare i medici pietosi. Piaghe purulente a parte, possiamo davvero contribuire a risollevare la nostra creatività. Basta non accusare i precedenti governi e ripartire sul serio, ripartire da ciò che abbiamo abbandonato. Gli artisti.

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