‘Israel Now – Reinventing the Future’: Intervista a Micol Di Veroli

di Maila Buglioni Commenta

Fin dalla sua nascita lo Stato d’Israele si connota per essere una delle zone più calde a livello mondiale. Tutti noi conosciamo la sua recentissima storia fatta di molteplici conflitti armati scaturiti da problemi religiosi e culturali fin dal primo giorno della sua creazione da parte dell’Assemblea del’ONU: il 14 maggio del 1948. Indagare e porre attenzione sull’espressione artistica presente in questa neonata nazione è l’obiettivo principale della mostra Israel Now – Reinventing the Future, a cura di Micol Di Veroli, ospitata presso il MACRO Testaccio fino al 17 marzo.

L’esposizione, che ha ottenuto la Medaglia di Rappresentanza dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, propone una panoramica sull’attuale situazione culturale israeliana attraverso la selezione di ventiquattro artisti provenienti da esperienze e generazioni diverse. Scopo ultimo del progetto è illustrare un ‘futuro reinventato’ di ogni singolo creativo invitato ne ha elaborato una personalissima interpretazione.

Interessante è osservare le similitudini e le differenze tuttora esistenti nella società in questione rispetto sia all’ambito arabo sia a quello europeo. Divergenze e consonanze che si riflettono immediatamente in ambito artistico poiché l’artista è il primo intermediario tra la coscienza sociale ed il mondo. La sua mente agisce per esprimere, nel modo a lui più congeniale ed assolutamente in linea con le innovative tecniche del XXI secolo, l’attuale fermento socio-politico presente nel luogo in cui vive.

Nei due padiglioni della sede museale capitolina sono affrontati temi decisamente contemporanei – dalla guerra all’erotismo, dalla nudità all’ambiguità sessuale – attraverso diversi medium artistici – dal video all’installazione, dalla fotografia al disegno. Uniche grandi assenti risultano essere la pittura e la scultura, pratiche espressive millenarie accantonate forse per il loro stretto legame con il passato. Israele rivendica così il suo essere contemporanea, lontana dagli stereotipi dell’antica civiltà ebraica. Personaggio principale di molti lavori esibiti è il corpo umano mostrato sia come presenza estetica accattivante – esemplari sono le fotografie di Adi Nes – sia come organismo primordiale di cui ogni sostanza è composta – come nel video di Michal Rovner – e non solo..

Ulteriore attenzione è posta alla città intesa come una ‘polis futuristica’ attorno a cui s’incentra la vita quotidiana del singolo e della collettività.Una mostra di orwelliana memoria ideata con lo scopo di indurre ad una riflessione sui possibili scenari futuri. Ne abbiamo parlato direttamente con la curatrice, Micoli Di Veroli:

Maila Buglioni: Israel Now è una mostra multidisciplinare che si pone l’obiettivo di riflettere la pluralità linguistica presente oggi nell’arte israeliana. Come e quando nasce l’idea di organizzare un’esposizione incentrata su questa specifica cultura?

 Micol di Veroli: Il progetto è nato circa quattro anni or sono, quando ho avuto per la prima volta l’opportunità di effettuare alcuni studio visits a Gerusalemme e Tel Aviv. Il dinamismo della scena creativa israeliana mi ha colpito sin da subito ed ho iniziato a concepire l’idea di una grande mostra capace di canalizzare tutta questa energia e veicolarla al pubblico italiano. Ovviamente il processo di sviluppo del progetto ha richiesto molto tempo tra viaggi, fundraising ed altre concertazioni ma sono estremamente soddisfatta del risultato e della grande risposta di pubblico.

 

MB: Tra i ventiquattro artisti israeliani coinvolti nella mostra al MACRO alcuni, come Maya Attoun o Meital Katz-Minerbo, sono già noti al pubblico romano in quanto presenti nelle scuderie di alcune gallerie locali. Tuttavia, in tale sede l’utente può constatare con i propri occhi le differenze esistenti tra la cultura italiana o europea con quella israeliana, il diverso modo di approcciarsi all’arte ed i diversi contenuti..

MDV: Si, Maya Attoun e Yifat Bezalel hanno da poco partecipato al progetto About Paper. Israeli Contemporary Art curato da Giorgia Calò alla galleria Marie-Laure Fleisch mentre Metal Katz-Minerbo fa parte della scuderia di The Gallery Apart. Comunque sia anche altri nomi sono già noti al pubblico romano, sto parlando di Shay Frisch, che fino al 27 gennaio è stato protagonista di una personale alla Gnam, Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea di Roma, e di Nahum Tevet che ha esposto al MACRO nel 2008. Vi sono sostanziali differenze tra la creatività israeliana e quella del resto del mondo, sono contenta che queste peculiarità emergano all’interno della mostra e sono altresì felice di constatare l’unicità di una scena sempre più proiettata verso il futuro.

MB:   I lavori in mostra presentano molteplici punti di vista frutto di artisti differenti, sia per esperienze sia per generazioni. Da ciò scaturiscono opere realizzate attraverso varie tecniche artistiche che vanno dal video alla fotografia, dal disegno all’installazione. Noto, tuttavia, la scarsa attenzione verso le secolari pratiche artistiche come la pittura e la scultura. Per quale motivo i creativi israeliani preferiscono non cimentarsi o non prendere in considerazione questi mezzi espressivi millenari? Forse è una scelta dovuta dalla volontà di allontanarsi dai canoni classici, tipicamente europei?

MDV: Si tratta di una scelta puramente naturale. L’arte israeliana segue i trends del resto del mondo e, come ben sappiamo, la pittura sta affrontando un momento difficile. Momento che sembra comunque superato visto che negli ultimi tempi si vedono in giro sempre più eventi dedicati a questo medium secolare. Vi sono ottimi pittori Israele e vi sono moltissimi altri artisti che scelgono di lavorare con materiali classici come il legno, basti pensare a Guy Ben-Ner ed al suo Treehouse Kit (2005) presentato al Padiglione israeliano della 51esima Biennale di Venezia. Per quanto mi riguarda ho solamente cercato di selezionare esclusivamente artisti con ricerche più affini alla tematica della mostra. Il risultato è un ristretto numero di pittori, ma questo non significa che la pittura non possa esprimere un’idea di futuro.

MB: Il tema su cui ruotano le numerose opere allestite è Reinventing the Future ovvero hai chiesto ad ogni artista di proporre un opera che rispecchi la sua personale visione di un futuro reinventato. Un argomento che si riconnette con l’instabile situazione tutt’oggi presente nella loro madrepatria. Quando hai proposto tale argomento come hanno reagito gli artisti?

 MDV: Devo dire che tutti hanno reagito con estremo interesse. Forse in questi momenti politici e sociali il futuro ci sembra talmente oscuro che è comunque preferibile reinventarlo, per continuare a dare e darsi speranze.  Direi che la situazione israeliana riflette quella internazionale, non c’è una nazione che può dirsi realmente libera da tensioni interne. Tornando alla mostra e alla selezione delle opere, ho creato un dialogo aperto con gli artisti per la scelta delle stesse. Alcuni hanno portato opere già in linea con la tematica principale, altri hanno preferito creare opere site-specific. Tutto è stato condotto valorizzando l’opera e ponendola in posizione di favore rispetto al progetto curatoriale.

 

MB: In molti dei lavori esposti ho notato una certa freddezza, come se gli artisti non volessero trasmettere particolari emozioni allo spettatore, ma mettere in scena o evidenziare uno stato di fatto delle cose che affermare un asettico punto di vista rimanendo al di sopra delle parti, senza mai soffermarsi su questioni politiche o religiose..

MDV: Per quanto alcune opere possono sembrare esteticamente fredde, esse racchiudono una carica emozionale assai profonda e dirompente. Le tematiche politiche e religiose sono tutt’altro che evitate, basti pensare a Dani Gal ed alla sua opera che si riallaccia alla censura operata dal Ministero dell’Educazione israeliano nel 1978 ai danni di un film incentrato sul Khirbet Khizeh, opera che parla dell’espulsione degli arabi palestinesi dal loro villaggio operata dall’esercito israeliano. Lea Golda Holterman, invece, ha deciso di affidare proprio alle emozioni generate dai corpi la sua personale visione religiosa e Ofri Cnaani ha riletto un passo del Talmud che nasce proprio da una rovente passione e continua suggellando l’amore tra due sorelle.

MB:   In molte opere (video, fotografie..) il corpo e la nudità fanno capolino come se gli artisti avessero l’esigenza di affermare il loro essere all’avanguardia, il loro essere al passo con i tempi di oggi dove sesso, nudità corporea ed erotismo sembrano essere le primarie esigenze dell’uomo..

MDV: Non penso che la nudità costituisca un’avanguardia, anzi a ben pensare è la forma più reazionaria di rappresentazione artistica. I nudi fanno parte della storia dell’arte ed ogni ricerca formale che si rispetti non può di certo tralasciare l’indagine sul corpo umano. Quello che semmai può caratterizzare una novità è la collocazione del corpo su scenari dissimili da quelli già sperimentati. Adi Nes, ad esempio, ha deciso di concentrare erotismo e nudità sulle forze armate israeliane, offrendo allo spettatore inconsueti momenti in bilico tra intimità, divertimento e lirismo che spostano l’attenzione su di una dimensione ferma nel tempo, diversa dalla dura realtà del combattimento e della sofferenza. La sfera maschile è dunque immortalata in tutta la sua debolezza e caducità, una condizione diametralmente opposta alla nostre idee di eroismo ed aggressività.  Questo di per sé crea un posizione d’avanguardia.

MB: Hai organizzato una mostra di grande portata, per artisti e personalità coinvolte, e di grande rilevanza, nazionale ed internazionale. Infatti, la mostra è itinerante e, ad esempio, successivamente sarà ospitata al Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Buenos Aires (MAMBA), in Argentina. Credo ci sia voluto molto tempo e numerosi viaggi in Israele per poterla realizzare ed anche molti mezzi economici. Puoi illustrarci tali questioni?

MDV: Sono estremamente felice di aver avuto l’opportunità di lavorare con grandi personalità dell’arte israeliana, come Yael Bartana,  Nahum Tevet, Ofri Cnaani e Keren Cytter ma anche con nomi in rapida ascesa come Uri Nir e Tamar Harpaz, penso che questa mostra avrà un suo posto nella storia delle mostre internazionali, se non altro per aver riunito diversi esponenti di una realtà creativa così grande e variegata. Ovviamente non è stato facile mettere in piedi tutto ciò, come detto all’inizio dell’intervista: dall’idea al concepimento sono passati circa quattro anni. Il lavoro di concertazione tra istituzioni, sponsor, artisti, gallerie private e tecnici è stato molto impegnativo ma il fatto di aver seguito tutto in prima persona ha comunque garantito una qualità molto elevata. Per quanto riguarda i fondi ci tengo a precisare che tutto è stato organizzato con pochissimi aiuti economici ma attivando molti partner tecnici. Si possono realizzare progetti internazionali anche a costi contenuti, questa potrebbe essere una buona soluzione per musei che non riescono a trovare i giusti finanziamenti.

Di Maila Buglioni

Foto di Paolo Landriscina

Israel Now – Reinventing the Future

dal 01 Febbario al 17 Marzo 2013

MACRO Testaccio

Piazza Giustiniani, 4 – 00153 – Roma

orario: martedì-domenica 11-19; sabato 11-22

ingresso a pagamento

info: tel. +39 06.671070400

www.macro.org | [email protected]

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