Jannis Kounellis, una ripetizione sempre diversa

di Micol Di Veroli Commenta

In questi giorni la stampa inglese sta dedicando ampio risalto ad un grande artista, nato in grecia nel 1936, ma italiano e romano ad essere precisi fin dall’età di 20 anni quando traslocò e cominciò a lavorare proprio nella città eterna esordendo nel 1960 alla galleria La Tartaruga.

Si tratta di Jannis Kounellis, patriarca dell’arte povera che in questi giorni è in mostra alla galleria Ambika P3 di Londra dal 22 aprile fino al 30 maggio 2010. Sacchi, carbone, fagioli e bottiglie vuote sono i ferri del mestiere di Kounellis, oggetti che ci riportano alla mente una ripetizione che lentamente è divenuta il modus operandi del maestro. Ovviamente non si tratta della riproduzione seriale di opere ma di una reiterazione di concetti e di pezzi separati come se si trattasse di una grande elegia. Vi sono variazioni minime all’interno dei suoi lavori, come del caffè, della musica da pianoforte e della pittura (Kounellis iniziò proprio creando opere pittoriche di espressionismo astratto ed arte informale) ma nell’insieme l’artista è devoto al suo repertorio di oggetti poveri che ancora portano memoria delle loro condizioni precedenti, prima cioè che fossero colpiti dalla luce dell’arte.

Nella galleria (un bunker sotterraneo che sembra ricavato da un unico blocco di cemento) l’artista ha invaso gli spazi con una installazione colossale contornata da piccoli lavori che sembrano meditazioni ulteriori sul tema. L’opera centrale è incredibilmente drammatica, si tratta di grandi colossi di acciaio, supportati da tavoli anch’essi di acciaio che formano un substrato, una sorta di massa dove a corollario Kounellis ha piazzato ganci da macelleria, bottiglie di vetro e cappotti neri che penzolano dai muri come corpi morti.

“Il mio obiettivo è quello di presentare e non di rappresentare” ha affermato Kounellis e non importa quanto complessi ed intricati siano i suoi lavori, gli elementi che li compongono rimangono incredibilmente semplici. Kounellis con questa mostra ha reinventato se stesso, ha trovato un modo di ri-arrangiare il suo repertorio di oggetti, massimizzando l’impatto emozionale.

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