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La scena dell’arte analizzata da Jennifer Dalton e William Powhida

 
Micol Di Veroli
10 marzo 2010
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william powhida

Fino al 20 marzo prossimo la Edward Winkleman Gallery di New York ospiterà un’interessante serie di incontri intitolati #class, eventi mirati al dialogo a 360 gradi a cui possono partecipare artisti, critici, dealers, collezionisti e chiunque abbia voglia di partecipare ed esaminare il modo in cui l’arte contemporanea viene create e viene fruita. Il dialogo in galleria sarà anche mirato ad identificare e proporre alternative capaci di riformare il presente sistema dell’arte ed il mercato in genere.

Per sistema dell’arte si intende sia una precisa rete di dealers, gallerie e musei che agisce ed espone artisti caratterizzati da una precisa estetica uniformata, oltre che una vera e propria architettura economica intangibile e non quantificabile ove regnano favori reciproci e meccanismi sepolti. L’idea di questa nuova e rivoluzionaria serie di brainstormings collettivi è stata partorita da Jennifer Dalton e William Powhida, due artisti che hanno contribuito a mettere in luce alcune logiche non troppo chiare nascoste dietro la gestione del New Museum di New York.  Powhida in particolare ha realizzato lo scorso autunno una celebre vignetta satirica apparsa sulle prime pagine di vari magazine artistici. Nella divertente striscia l’artista definiva tutti i conflitti di interessi che ruotano attorno alla celebre istituzione museale, come la nomina di Jeff Koons a curatore di mostre (Skin Fruit al New Museum n.d.r.)  il quale organizza un evento con opere provenienti dalla collezione di Dakis Joannou che a sua volta è sia collezionista di Koons, sia benefattore del New Museum stesso.

Jennifer Dalton e William Powhida  passeranno più tempo possibile all’interno della Edward Winkleman Gallery, creando opere e partecipando ai dialoghi, trasformando così lo spazio espositivo in una sorta di studio/tavola rotonda aperto a tutti. Sembra quindi che non solo in Italia sia sorta l’esigenza di porsi contro le regole di un sistema dell’arte sempre più soffocante che lascia dietro di sé le sue proposte più interessanti per occuparsi solo di quelle “di facciata” e palesemente vuote.

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