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Lucio Fontana alla Galleria Studio la Città di Verona

 
Micol Di Veroli
8 aprile 2012
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Le opere di Lucio Fontana (1899-1968) esposte fino al 23 giugno 2012 presso la Galleria Studio la Città di Verona compongono un percorso espositivo eterogeneo che consente allo spettatore di trovarsi a diretto contatto con una buona parte delle tecniche utilizzate dall’artista nel corso della sua produzione artistica.  Una panoramica sugli anni che vanno dal 1937 fino all’anno della sua morte, il 1968. Tempera e china su cartone; matita e fori su carta; ceramica smaltata; terracotta; porcellana, passando per l’idropittura e senza tralasciare i celebri tagli che da sempre caratterizzano l’artista italo-argentino.

Lucio Fontana già negli anni Trenta detiene una posizione di transizione, si lascia alle spalle le certezze monumentali del primo Novecento, mette a punto forme esili e spaziali, alternando un linguaggio “concreto” a un altro più mosso e “barocco”. Durante la guerra soggiorna in Argentina e là stende il Manifesto Bianco che lo pone sulla scena internazionale come padre dello Spazialismo. Spazio non inteso come contenitore vuoto, bensì come luogo di irradiazione di energie ondulatorie. I suoi lavori più famosi rimangono i “buchi” e i tagli” quali reale manifestazione della messa in atto dello “sfondamento della superficie”.

Punto focale della mostra potrebbero però essere alcune delle sculture dell’artista (in particolar modo una bellissima Crocifissione del 1948): opere caratterizzate da una sperimentazione all’interno della quale il non-finito presente nei soggetti anima il materiale in maniera rivoluzionaria, conservando allo stesso tempo una vitalità organica innata. La materia che Lucio Fontana nel tempo lavora sembra così sfrigolare fino a diventare agitata e tellurica.

Ma sempre con la consapevolezza di essere di fronte ad uno scultore e non ad un abile ceramista.  “Io sono uno scultore, non un ceramista. Non ho mai girato un piatto su una ruota, né dipinto un vaso.[…] Durante il tempo trascorso in un laboratorio a Sèvres ho studiato la forma e il modo di esprimere la forma. Ho continuato a modellare come facevo nel mio studio, figure che pesavano chili e chili. Le ho dipinte con colori vivaci. Le forme che ho creato, fin dall’inizio, non sono mai state dissociate dal colore. La mia scultura è sempre stata policroma. Ho dipinto su gesso e su terracotta.

Colore e forma non possono essere separati, essi nascono dallo stesso bisogno e dalla stessa necessità. La scultura policroma ha illustri predecessori – gli Egizi, i Greci, gli Etruschi, gli Assiri, dalle pitture rupestri fino alla scultura rinascimentale. […] il mio primo lavoro in ceramica fu creato in Argentina nel 1926: il Danzatore di Charleston, acquistato dalla Galleria d’Arte Moderna di Rosario, Santa Fe. Non fu però prima del 1936, presso la Galleria Mazzotti ad Albisola, che iniziai il mio vero e proprio lavoro in questo ambito, producendo circa cinquanta pezzi: alghe marine, farfalle, fiori, coccodrilli, aragoste – un perfetto e completo acquario pietrificato carico di colori incandescenti. Il materiale mi aveva attratto, potevo dare forma ad un paesaggio sottomarino, una statua o un groviglio di capelli e applicare del pigmento puro su di essi consapevole del fatto che il calore del forno avrebbe amalgamato il tutto. Il forno era quindi una specie di intermediario: rendeva il colore e la forma permanenti.

I critici le chiamavano ceramiche. Io le chiamavo sculture. Il mio repertorio di forme si è ampliato fino ad includere motivi botanici e marini ma le forme richiamavano ed evocavano i ritmi che si generavano dentro di me, il vento ad esempio; sensazioni e movimenti tumultuosi che non avevano nulla a che fare con la bellezza.

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