La soglia di Ivàn Navarro

di Redazione Commenta

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In occasione della 53 ° Biennale di Venezia, il Cile ha scelto di rappresentarsi con il lavoro dell’artista Iván Navarro. Il padiglione è curato da Antonio Arévalo e Justo Pastor Mellado.

Nato nel 1972 a Santiago del Cile, l’artista è diventato presto noto nel panorama internazionale grazie a numerose mostre personali – tra cui ricordiamo le recenti Nowhere Man (2009), The Juice Sucker (2008) – e per la partecipazione alle ultime edizioni de la Biennale de L’Avana (Cuba, 2009) e della Biennale delle Canarie (Tenerife, Spagna, 2009).

Per la mostra a Venezia, Iván Navarro ha realizzato un gruppo di opere con il tipico sguardo politico-sociale che è filo connettore di tutti i suoi lavori.

L’artista formalizza in tre diversi elementi/momenti l’opera Threshold: Death Row è composta da tredici porte di alluminio con luce al neon al proprio interno. In questo modo ciascuna crea una cesura ottica nello spazio, generando l’effetto di corridoi che attraversano il muro. Resistance è una scultura complementare a un video: una bicicletta legata a una sedia costruita con tubi fluorescenti che si attivano grazie alla pedalata. Nel video, la stessa bicicletta gira intorno a Times Square, a New York, mostrando la stridente relazione tra l’arredo urbano luminoso e le luci originate dalla forza muscolare di un ciclista. Bed è una scultura circolare collocata a terra, il cui effetto è quello di una cavità profonda nella quale si legge la parola “BED” illuminata “sino all’infinito”.

L’opera interroga sull’eventualità di un altrove aldilà della parete, cancellando al contempo le possibilità di accedere al suo interno. Questo elemento di illusorietà e il parallelismo tra umano ed elettricità, nella sua espressione industriale e di fluorescenza, sono elementi costanti nel percorso di Navarro.

I materiali utilizzati, contraddistinti dall’apparente freddezza e dall’estremo tecnicismo, dipendono totalmente dall’energia elettrica, elemento strettamente connesso alla vita umana, e propongono quindi una metafora latente dei fluidi corporei e dell’azione del dare vita, dell’ “animare” gli oggetti.

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