Quando Facebook diventa un’operazione artistica

di Redazione Commenta

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Una cantilena del Trecento recita: “Se per la porta stretta vuoi entrare e nell’opera regolarti bene, il cappello dovrai sempre portare: solo con quello si va e viene”. Il testo diventa meno misterioso quando si viene a sapere che cappello o capitello è anche la parte superiore dello strumento da distillazione. Il testo significa che all’alchimia si accede soltanto sporcandosi le mani, rischiando la vita, se la materia sul fornello dovesse esplodere, insomma non soltanto filosofeggiandoci sopra ma maneggiando gli strumenti.

Alessandro Bulgini identifica una sua serie di lavori, a cui questo per caratteristiche appartiene pienamente, con il termine Haeretikos: αἵρεσις, haìresis deriva a sua volta dal verbo αἱρέω, ovvero hairèō, che significa afferrare, prendere, ma anche scegliere o eleggere. Abbiamo quindi che in origine eretico era colui che sceglieva, ovvero colui che era in grado di valutare più opzioni prima di posarsi su una. In tale ambito indicava anche delle scuole come i Pitagorici o gli Stoici. Sia in greco antico che in ebraico ellenizzato questo termine non possedeva, originariamente, alcuna caratteristica denigratoria.L’operazione di Alessandro Bulgini mescola queste due caratteristiche; sporcarsi le mani e afferrare, scegliere. Quello che Alessandro Bulgini fa non è in alcun modo cercare o inventarsi nuovi dei, ma semplicemente identificarli, trovarli, afferrarli nella loro morsa per svelare l’incanto alchemico, e addirittura portare l’incanto fino in fondo con tanto di alambicco e cappello.

Impossibile non tenere conto dell’operazione che Bulgini a Livorno 12 aprile 2008 a Piazza del Luogo Pio, in cui aveva costruito una sorta di altare devozionale nella Chiesa del Luogo Pio con mobili Ikea, da lui identificati come nuova mistica di possibili cattedrali moderne, quasi come nuovo pellegrinaggio del fai da te, simbolo o traccia del tempo prezioso che il pellegrino scambia nel costruire da solo in cambio di un prezzo d’acquisto più basso, e del design moderno.

Il 21 novembre Alessandro Bulgini con dodici opere decide di testimoniare al Condotto C i dodici mesi di un anno di “vita” lavorativa e artistica con Facebook. Dunque un opera che è stata segretamente “esibita”, il gioco di parole è dovuto alla maestrìa dell’alchemico che nello sporcarsi le mani ha esibito l’operazione confondendosi con un qualunque “passante” della rete, senza mai tuttavia rivolgere la parola a nessuno.

Il lavoro del Condotto c ci parla si della memoria e di un nuovo mezzo e modo collettivo di comunicazione, ma fa di più, lo rende lavoro eretico, sacralizza l’evento e trasforma il corridoio lungo 16 metri e largo 2 e sessanta in una navata.
Le opere si distanziano e cercano nel plexiglass una luce propria, come farebbe uno schermo di pc, e al contempo come navate policrome istoriate accompagnano il tragitto, si leggono verso destra dalla parete di sinistra e ritorno, come una teoria o meglio una processione di santi martiri e di vergini, vanno verso il centro e contrariamente a Ravenna ritornano indietro.

Alessandro Bulgini sacrifica dunque il media facebook fin dalla sua iscrizione all’operazione finale. Decide solo in parte di parlarci del tempo che passa ed è passato, della memoria di se, da tutti e con tutti oramai raccolta in condivisione on line e non più negli scatoloni delle foto dei magazzini di casa, ma soprattutto decide ancora una volta di farne mistica, nuova mistica. Un punto di vista importante e attuale di un artista che dentro alla condivisione in rete dei segreti e dei pareri di tutti si è “limitato” (ma quanto ci sarebbe da dire invece) a definirsi soltanto “vivo”.

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