Chocolate Grinders/Il macinino da caffè interpretato da Radim Labuda

di Redazione 1

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Sabato 23 gennaio si inaugura presso la galleria Dora Diamanti arte contemporanea di Roma la mostra Chocolate Grinders/Il macinino da caffè, personale di Radim Labuda curata da Susanna Horvatovičova. In occasione dell’inaugurazione, l’artista slovacco realizzerà una performance ispirata all’installazione video e fotografica.

L’installazione Chocolate Grinders riprende la vita reale della comunità di colore nelle strade di San Francisco. La serie video mostra con immediatezza la fenomenologia del gesto quotidiano. Frammenti della realtà americana vengono ripetuti e bloccati in loop secondo un processo di postproduzione dell’immagine legato al montaggio video. Radim Labuda chiude la scena in un tempo imprecisato e sposta il discorso altrove, riflette sul senso esistenziale degli uomini colti dalla telecamena a loro insaputa mentre ripetono le medesime azioni, chiusi in una dimensione che non permette loro un reale contatto con l’esterno. Il tempo circolare dato dall’installazione video e da quella fotografica ricorda paradossalmente il funzionamento meccanico dell’ingranaggio disegnato da Marcel Duchamp, Il Macinino da caffè, di cui l’artista slovacco riprende  direttamente il titolo. Le immagini trasformano la realtà concreta in segno, in un potenziale aperto a molteplici narrazioni simultanee. I personaggi di colore filmati si muovono con sensualità nell’ambiente ma sembrano essere visti dai passanti. La chiusura esistenziale e narcisistica dei personaggi ricorda i vani tentativi dei maschi celibi di raggiungere la sposa nel Grande Vetro di Duchamp. Nel momento in cui i maschi celibi non riescono ad avere la sposa, la loro aspirazione all’unione sessuale e contemplativa si traduce nella reiterazione di un gesto meccanico, in un’azione che rimane sterile come quella espressa nella serie Chocolate Grinders. Nel saggio Il destino dell’artista: Riflessioni duchampiane, l’autore ceco Jindřich Chalupecký interpreta Il Grande Vetro come un gesto dada, l’aspirazione alla metafisica dellarte, che non appartiene al mondo benchè lo comprenda. L’arte lacera la consistenza della realtà e porta con sè la presenza dell’uomo, il suo essere nel mondo. Labuda, al contrario, parte dal presupporto che l’arte non si trova al di là del realtà ma nella realtà. Il lavoro di postproduzione del montaggio video e quello di ricollocazione dell’installazione nelle sue variazioni site specific, trasformano l’oggetto artistico in un intervento concettuale che cerca l’epifania dell’evento. L’immissione graduale dell’autore di piccole variazioni nella medesima opera ne modifica il senso creando nuove situazioni esperenziali grazie al coinvolgimento diretto del pubblico.

Secondo il filosofo Mario Perniola:“Si ha un evento quando, invece di restare prigioniero dell’opposizione tra interno ed esterno, tra soggetto e mondo, trovo una soluzione costruttiva che mi consente di collocarmi in un processo che va al di là della mia persona… non c’è evento senza esercizio, non c’è situazione senza ripetizione”. In tal senso, il video o la fotografia diventano per Labuda un ready-made da riutilizzare, necessario per generare l’evento: l’artefatto perde la propria consistenza fisica e torna ad essere un medium comunicativo flessibile, che muta di volta in volta i labili confini che esistono tra la vita, la riproduzione della realtà e la postproduzione dell’opera e la sua percezione da parte del pubblico.

Commenti (1)

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