Alberto Di Fabio, oltre l’arcobaleno alla Galleria Pack di Milano

di Micol Di Veroli Commenta

Alberto Di Fabio concepisce, per questa sua terza mostra personale alla Galleria Pack di Milano, un progetto che si pone in stretta relazione con lo spazio espositivo recentemente ridisegnato. In mostra dal 4 maggio all’11 settembre varie tele di grandi dimensioni appositamente realizzate sono intervallate da una serie di opere di medio formato a segnare un percorso più intimo e frammentato.

L’insieme dei lavori – caratterizzati da nuove sperimentazioni cromatiche, come l’uso di pigmenti fluorescenti, e dalla giustapposizione di riflessi brillanti e tonalità oscure – suggerisce l’idea di una visione paesaggistica totalitaria, una sorta di osservatorio che permette un’esplorazione globale del mondo: materiale e visibile (paesaggi Himalayani, geografie cosmiche) da una parte ma anche psichica e interiore (tracciati del pensiero, partiture di ritmi psichici), conducendo lo sguardo oltre, verso l’ultraterreno e l’inesplorato (sentieri luminosi interplanetari, grafismi c elesti enigmatici).Come scrive la curatrice Emanuela Nobile Mino in catalogo: «Over the Rainbow, nel riferirsi alla celebre canzone di Harold Arlen interpretata da Judy Garland per il film Il Mago di Oz (1936) e poi ripresa da moltissimi cantautori e musicisti (tra cui Ella Fitzgerald, Keith Jarrett, Jimi Hendrix e Rico Rodriguez, Ramones, Deep Purple, Ray Charles), intende suggerire l’idea di un ulteriore percorso possibile, parallelo, al di là del visibile, trascendente e parzialmente conosciuto e, proprio per questo, intrigante. Un invito a superare la realtà contingente attraverso l’immagine che, astraendosi, riconsegna all’uomo la dimensione soprannaturale (…).

Da sempre, Di Fabio trascina l’osservatore in un viaggio a ritroso dal visibile all’invisibile, accompagnandolo in una visione caleidoscopica che costringe ad abbandonare la prospettiva macroscopica e ad immergersi nell’osservazione microscopica del mondo, al fine di verificare corrispondenze formali, equilibri geometrici e sintonie cromatiche tra i singoli elementi della natura, indicando come un insieme di molecole e la loro organizzazione in strutture sofisticate, il dna ad esempio, porta a un salto qualitativo, generando ciò che è chiamato “vita”. Questo tipo di processo trova un’incantevole corrispondenza con l’arte, intesa come esito della creazione. Il verbo “creare” contiene la radice indoeuropea “kere” che è presente anche in “crescere” e nel nome della dea Cerere, colei che ha in sé il principio della crescita. Come la natura, l’arte è ciò ch e deriva da un assemblaggio di fattori e di meccanismi e, a sua volta, è in grado di produrne. È un insieme di unità astratte composte in una struttura ordinata (…)».

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