Per essere giovani artisti bisogna darsi da fare

di Micol Di Veroli 1

Pensate forse che i nostri giovani artisti stiano perdendo terreno in ambito internazionale? Niente di più sbagliato, anzi si potrebbe senza ombra di dubbio affermare che essi hanno tutte le carte in regola per sfondare all’estero. Negli ultimi anni abbiamo subito l’ondata della YBA inglese, l’eterno ritorno degli statunitensi, l’arrembaggio dei cinesi e quello della nuova scuola di Lipsia. Ora stiamo assistendo ad una grande ascesa dell’est europeo e del Medio Oriente.

Eppure anche noi possiamo farcela, possiamo imporre il nostro stile, le nostre estetiche ed i nostri concetti all’attenzione della scena internazionale. Quello che manca è un poco di organizzazione e più volontà da parte non solo delle istituzioni e delle gallerie private ma anche da parte degli artisti stessi che dovrebbero in qualche modo porsi in uno stato di continuo movimento. Siamo in un’era fortemente caratterizzata dalla globalizzazione, dove internet ed i social network riescono ad arrivare là dove le consuete tecniche dei mass media non riescono a giungere. Restare chiusi nel proprio studio e successivamente affidare le proprie opere ad un gallerista nella speranza che egli risolva tutti i mali del mondo è una cosa decisamente impensabile al giorno d’oggi. Bisogna aiutare il lavoro delle gallerie, allacciando nuovi rapporti, facendo movimento con i social network e pubblicizzando al meglio le proprie “azioni”.

Abbiamo visto tra le pagine di questo blog che la street art all’italiana è in piena salute e riesce a fare faville anche fuori dal nostro paese. Questo poiché gli street artists solitamente riescono a muoversi bene anche da soli, senza dover per forza contare sull’appoggio totale di una galleria di rappresentanza. Gli street artists creano movimento, danno la giusta visibilità al loro lavoro e soprattutto viaggiano, conoscono. Ora voi mi verrete a dire: “non tutti hanno la possibilità di fare questo”. Tutto ciò è vero, ma è anche vero che non tutti possono fare gli artisti.

Commenti (1)

  1. Cara Micol, all’estero gli italiani sono assolutamente considerati, e sono daccordo con te che siano decisivi gli spostamenti, però, differentemente dal nostro, il sistema straniero investe sugli artisti autoctoni. Per loro è più sensato sp…endere soldi per pubblicità e produzione piuttosto che in spedizione di opere. Il problema però è anche legato al fatto che agli artisti non bisogna chiedere di spostarsi perchè già pensano alle opere, chiediamo invece ai collezionisti di comprare, alle riviste di scrivere e alle gallerie di produrre il lavoro, partecipare alle fiere e tessere contatti per sviluppare il loro percorso. è ovvio che spostarsi è meglio, ma c’è chi non può ed è qui la responsabilità dei curatori che invece devono farlo (una cosa simile la commentai riguardo l’articolo sul federalismo nell’arte contemporanea sempre su globart e svilupperò a breve un discorso più dettagliato su un’altra rivista in cui sono stato invitato ad intervenire). Soprattutto loro compito è proporre gli italiani fuori, coscienti però che è molto difficile farlo perchè le gallerie straniere, come dicevo all’inizio, investono su di loro. è molto più facile lavorare in Italia con gli artisti internazionali perchè le gallerie sono interessate a proporre i loro artisti fuori, alcune sono più scettiche ma parliamo di spazi che hanno un preciso programma di gestione della galleria, molto lontano dal programma che regola quelle italiane e spesso troppo rigido, ma di certo, responsabile del ruolo che ricoprono. Questa rigidità gliela “perdoniamo”. La vera difficoltà sta nel convincerli a lavorare con i nostri che spesso si montano la testa, rompono le palle, fanno le star e non producono. Una cosa sulla quale bisogna battere è nel sostenere gli artisti nella fascia compresa tra i 35 e 50, quelli nel “limbo” dei non più giovani ma ancora definiti tali; quelli che lavorano e resistono da tempo ma non hanno la giusta collocazione pur avendo alle spalle un ottimo lavoro. Artisti che saltellano da una galleria ad un’altra, di quelle che poi vanno solo per tentativi, che se vendono va bene se no si passa al prossimo giovane o che alla fine chiudono senza la preoccupazione di piazzarli da qualche altra parte. Se c’è una cosa che sappiamo fare in Italia (specie a Roma) è lanciare giovani ai quali non si insegna la curiosità, a starsene in studio, lavorare e aggiornare continuamente i curatori, galleristi e collezionisti di riferimento di una nuova produzione, di un premio vinto o di una porposta di mostra ecc..non si insegna loro a condividere le informazioni, i contatti, insomma..a crescere insieme…ma a fare solo application (importante comunque che le facciano) ma poi il lavoro dov’è? Che siano sì i giovani a viaggiare, perchè hanno (abbiamo) l’entusiasmo di chi ha appena cominciato. Chi rischia invece sono i tanti artisti adulti che lo stanno perdendo nell’attesa che i nostri musei (rispondino alle e-mail) si prendano la responsabilità di ospitarli, facendo ricerca, investendo su di loro perchè a l’estero vogliono vedere il percorso istituzionale. Facciamola una ricerca sui curriculum di questi dell’YBA inglese, degli statunitensi, dei cinesi e della nuova scuola di Lipsia…facciamolo e ci soprenderemo come ventottenni e quarantenni già abbiano fatto dei passaggi istituzionali anche molto importanti, però poi facciamo una ricerca anche sui curriculum degli italiani e scopriamo che, sebbene le mostre all’estero, quelle nei luoghi istituzionali e la curatela di tanti professinisti, stanno ancora a combattere, non tanto con l’affitto dello studio, ma sul perchè ci siano deli inetti nelle copertine delle nostre riviste. Questo anche perchè il collezionismo molto spesso non è colto, si rivolge ai giovani perchè costano poco o sui big perchè sono un “investimento”. Tra virgolette perchè alla fine neanche lo è un investimento…ma solo uno status…niente di più. Un mega segone colossale. La vera ficata è lanciare i giovani, dire loro quello che un mio amico un giorno disse a me:”La strada è lunga!” e sostenere quelli che la stanno percorrendo da tanto sebbene questo entusiamo lo stiamo perdendo…ma forse non l’hanno mai perso perchè hanno imparato a resistere. E sai perchè lo hanno imparato? perchè gliel’ha insegnato la dedizione al lavoro. Ma poi c’è chi, tra questi, esce dal Limbo, hanno un’ottima galleria alle spalle, fanno le mostre nei grandi musei (o presunti tali), pubblicazioni ovunque, ma alla loro seconda o terza personale il lavoro non evolve e per evolvere non intendo che non è innovativo, ma semplicemente è statico, non suscita più domande. Tipico di chi le mani non se le deve più sporcare e pensa che la strada l’abbia percorsa tutta. Si sono solo appennicati sul bordo, vivono il sogno della grande star senza sapere, come il film inception, che il loro totem sta ruotando all’infinito…vuol dire che è solo un sogno…svegliamoci e continuiamo a produrre…che significa lavorare! grazie per l’articolo che hai scritto Micol e complimenti sempre per la rivista che suscita domande permettendo un sereno e fertile dibattito! con stima. Alessandro Facente

    http://www.youtube.com/watch?v=L9Qp5osoH8s
    (il link si riferisce al finale di Inception…per chi non l’avesse visto…)

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