Il Quinto Atto alla Galleria Biagiotti è dedicato alla Sicilia

di Redazione 1

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La Galleria Biagiotti di Firenze il 16 dicembre inaugura Quinto Atto un nuovo appuntamento espositivo dedicato a una specifica area geografica e al relativo contesto artistico. Dopo il viaggio nella complessa realtà urbana di Bangkok, si torna in Italia, stavolta scegliendo di confrontarsi con la condizione straordinaria e unica dell’insularità.

È la Sicilia, o meglio una piccola selezione di artisti siciliani, il fulcro di questa mostra, pensata non già come una micro-ricognizione territoriale, né come l’individuazione di un genius loci, di uno stile, di un’attitudine locale. Si tratta piuttosto di guardare al mondo, prendendo le mosse da uno “spirito del tempo” che ci connota e ci descrive. Umori ed energie sotterranee scorrono lungo le arterie della contemporaneità, mentre un singolo territorio si fa specchio del presente, suo riflesso contiguo e differente.

In un rimbalzo dialettico dal micro al macro. Un’isola come spazio dell’exemplum, quinta teatrale in cui la Storia mette in scena – fatalmente – l’ultimo atto della tragedia. “Oggi ci troviamo all’apice, là dove comincia il quinto atto. È l’ora delle decisioni ultime. La tragedia si conclude. Ogni civiltà superiore è una tragedia; la storia dell’uomo nel suo insieme è tragica”. Il pensiero profetico di Oswald Spengler ipotizzava, già all’inizio degli anni Trenta, il tramonto della civiltà occidentale, un declino connesso all’estremo avanzare della tecnica, al depotenziamento delle facoltà creatrici dell’uomo contemporaneo e alla perdita del suo originario spirito faustiano. Ad attenderci ci sarebbe una violenta, lentissima, incontrastabile apocalisse.

“Ormai usciti dall’interminabile tempo della postmodernità – che sembrava sospendere all’infinito l’idea del crollo – abitiamo dentro a una sorta di limbo etico, estetico, culturale. Si resta ancora più o meno immobili, nel tentativo di individuare la possibilità di un nuovo inizio, che segua la crisi e che dia senso all’ipotesi di una fine. Questa condizione di sospensione e di invocata germinazione non prescinde dal confronto con la possibilità del rischio. Un sistema di equilibri precari tiene la contemporaneità sull’orlo di un baratro: uno stare-sul-bordo che prelude al riscatto come pure alla caduta, alla risalita come alla disfatta”. (Helga Marsala)

Con la celebre affermazione “Là dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva”, Friedrich Hölderlin si pronunciava sull’importanza di accettare una situazione rischiosa, al fine di sperare in una qualche forma di salvezza. In sostanza, non esisterebbe rinascita senza assunzione della sfida. E rischio è – tragicamente – coltivare una relazione coraggiosa e intrinsecamente conflittuale con la morte, il sacro, la natura, il nulla, il fato, l’altro e la sua irriducibilità.

A tali spunti tematici fanno riferimento i lavori dei cinque artisti selezionati. Attraverso l’installazione, la performance, il disegno, il video, il suono, si prova a tracciare una riflessione che tenga conto del perpetuo stato di disequilibrio in cui ci troviamo in questo momento storico. Da qui, un viaggio in cinque tappe attraverso i concetti di crisi, apocalisse, precarietà, rinascita, trasformazione, limite e sfida. Cinque interventi nello spazio, ognuno corrispondente a una diversa declinazione del “tema”: dai movimenti segreti del paesaggio (Marco Maria Giuseppe Scifo) ai micro-sistemi economici (/barbaragurrieri/group), dalla dimensione emotiva ed esistenziale (Silvia Giambrone) a quella intellettuale e creativa (Concetta Modica), giungendo a un’indagine articolata intorno all’estetica del crollo (Loredana Longo).

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