Ettore Favini alla Marsèlleria di Milano

di Micol Di Veroli Commenta

Dopo le personali Ogni cosa a suo tempo, 2011, presso la Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo, e Walden Method, 2010, presso il MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna, Ettore Favini presenta a Milano, negli spazi di Marsèlleria, una nuova serie di lavori (inaugurazione 8 maggio 2012). Artista manipolatore di idee e di oggetti, di pensieri e di spazi, Ettore Favini, costruisce il suo lavoro dentro una relazione intima con la storia e con la sua attualità.

Lettore e interprete del contesto sociale osservato nella sua complessità anche attraverso operazioni di arte pubblica, realizza opere e installazioni di forte valenza poetica e simbolica. I suoi interventi sono organici nel senso che non restano immutabili, ma al contrario, cambiano nel tempo e nello spazio in cui si trovano a reagire. Senza alcuna modifica meccanica, Favini interroga tempo, memoria e paesaggio. La relazione tra tempo, spazio pubblico e natura sono infatti tra i temi ricorrenti della sua ricerca artistica, e l’ossessione per il tempo una costante.All’origine della nuova serie di opere, in mostra a Marsèlleria: dare visibilità a un fenomeno invisibile, cercare di dare una forma al tempo, di raccontarlo, attraverso un processo durato un anno. Un anno dedicato all’osservazione della stella madre, il Sole. L’osservazione dell’analemma solare (nome tecnico del moto apparente del Sole) ci restituisce una forma che è simile a un 8, la lemniscata della matematica, il simbolo dell’infinito.

Da alcuni anni l’artista sta utilizzando dei processi che lo portano a lunghe incubazioni, per “digerire” meglio il processo del fare: per questa serie, Favini ha puntato alcune macchine fotografiche sul Sole con un apposito filtro solare e ha effettuato uno scatto sempre allo stesso orario (12:15) in tempi determinati da un calendario, sempre sullo stesso fotogramma, con il rischio che tutta l’attesa potesse essere vanificata da un raggio che si poteva infiltrare e bruciare i fotogrammi. Il risultato è un 8 sospeso in un cielo nero, la forma dell’infinito nel vuoto, una forma che si perpetua da anni e continuerà a perpetuarsi, segnando il nostro tempo con il calendario.

Ad aprire la mostra SunRa, un lavoro su tela e un’azione dedicati a Io che prendo il sole a Torino il 19 gennaio 1969, opera di Alighiero Boetti. Si entra poi in un flusso di forme e immagini, un processo in cui gli elementi espositivi sono stati trasformati direttamente dal sole o rimandano a processi legati all’elemento naturale. Un’indagine rivolta ai molteplici aspetti che questo può assumere, anche in relazione alla storia. Questa molteplicità è presente anche a livello linguistico: scultura, collage, installazione, sono tutti media utilizzati dall’artista in costante dialogo tra loro.

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