Shepard Fairey abbellisce Londra

di Micol Di Veroli Commenta

Torniamo a parlare di street art e torniamo a parlare di Shepard Fairey. Ultimamente il nostro “street artists – che – non – ama –sporcarsi – le – mani” aveva guadagnato le prime pagine dei magazine d’arte contemporanea esclusivamente con le sue disavventure più che con la sua arte. Se ben ricorderete infatti, dopo aver pagato fior di quattrini di multa per aver cannibalizzato una fotografia di Mannie Garcia ed averla utilizzata per il suo poster Hope, icona della campagna di Obama alle presidenziali, il nostro Shepard era incappato in una gaffe dalle proporzioni colossali.

Nel corso di un’intervista, alla domanda: “creai ancora i murales in strada personalmente” Fairey era stato preceduto dalla moglie che aveva innocentemente affermato: “non li fa più da diverso tempo!” con sommo dispiacere del marito. Oggi, a distanza di tantissimo tempo Fairey è tornato a creare murales e non parliamo di stencil o posters ma di un’opera dipinta. Il “pezzo” è stato appositamente creato in occasione delle olimpiadi di Londra ed è stato dipinto sulle mura di una fabbrica dimessa di Newham, East London. Si tratta del murale più grande mai creato dallo street artist californiano e raffigura un megafono con su scritto le parole: “attenzione, amplifica la vostra voce, proietta il tuo discorso a grandi distanze”. In parole povere è un simbolica apologia della libertà di parola e di espressione.

Oltre a Fairey anche altri due grandi protagonisti della street art come Ron English, Risk e TrustoCorp hanno deciso di invadere la zona con coloratissimi murales che raffigurano jumbo jets, bus a due piani  e logos di celebri brand internazionali opportunamente modificati. Le opere dei famosi street artists fanno parte di London Pleasure Gardens, un progetto nato in concomitanza con i giochi olimpici di Londra 2012 che mira a risollevare l’estetica di molti siti abbandonati dell’East London. Un’attività del genere dalle nostre parti è un vero e proprio miraggio, beati gli inglesi.

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