I Voina finalmente liberi

di Redazione Commenta

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Passiamo rapidamente in Russia per capire cosa sta succedendo ai malcapitati artisti Leonid Nikolaev e Oleg Vorotnikov, entrambi membri del gruppo Voina che erano stati incarcerati alcuni mesi fa. I Voina, autori di performances belligeranti e rivoluzionarie, avevano infatti rovesciato un’auto della polizia durante una loro azione artistica. Dopo l’arresto la cauzione per la loro uscita di prigione era stata fissata sui 10.300 dollari ed il celebre street artist Banksy si era offerto di pagarla. Il giudice aveva però rifiutato l’offerta del nostro beniamino poichè la legge russa non ammette donazioni da parte di individui senza identità accertata.

Ebbene finalmente il duo è stato liberato, dietro pagamento della cauzione. L’accusa aveva dichiarato di non voler liberare gli artisti perchè “in tal modo avrebbero proseguito le loro attività illegali una volta fuori”. La difesa ha invece parlato di “persone che combattono per diritti civili etichettati come vandali o criminali”. I Voina hanno comunque rilasciato un’intervista su Animal (magazine newyorchese) dove dichiarano di non voler mollare la loro lotta contro i regimi oppressivi e contro chi nega i diritti umani: “in prigione abbiamo visto gente malata di epatite ed altro, senza il minimo aiuto sanitario, imbottigliata in celle stracolme“, anche in prigione quindi la loro lotta è proseguita. Gli artisti hanno però dichiarato che le autorità governative hanno spiato ogni loro movimento in carcere, mettendo sotto controllo la loro posta e le loro conversazioni telefoniche.

Sempre secondo le dichiarazioni dei due, i servizi segreti ed il ministero degli interni hanno studiato il lavoro dei Voina ed hanno già preparato un nuovo articolo di legge contro chi “organizza e guida una comunità criminale” con termini di incarcerazione dai 12 ai 20 anni. Ma il duo ha espresso alcuni pareri anche sulla scena artistica internazionale: “L’arte delle gallerie private è morta. Oggi puoi creare qualcosa di innovativo solamente in strada, o in prigione come è capitato a noi. Si tratta di una condizione tra vita e morte, tra realtà ed immaginazione. L’arte ci chiama ad un sacrificio”. E noi, come sempre, siamo dalla loro parte.

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