Mi piace essere stella cometa* – 4/4 Terre Vulnerabili all’Hangar Bicocca

di Sibilla Zandonini 1

Siamo giunti all’ultima fase lunare senza quasi rendercene conto. A novembre dello scorso anno vi avevo raccontato dell’apertura di Terre Vulnerabili all’Hangar Bicocca di Milano, baluardo dell’arte di ricerca e dell’arte di resistenza (alla mancanza di fondi, alla lontananza dalla città, al disinteresse politico…).

Da quella prima fase, intitolata Le soluzioni vere vengono dal basso, nella quale venivano presentate quindici opere di altrettanti artisti, tutto è cambiato a dimostrazione che quando Chiara Bertola ci spiegò che sarebbe stata una mostra che cresce non parlava semplicemente di un aggiungere altre opere nel tempo. Non si tratta di uno stratagemma per far tornare gli spettatori, lei, con Andrea Lissoni e gli artisti tutti, hanno davvero dato vita ad una creatura vivente che ha cambiato completamente allestimento ed è arrivata ad ospitare trentuno artisti e ben più opere. Se non avete avuto modo di visitare l’Hangar nelle fasi passate non rinunciate a quest’ultima, perché la mostra ha si attinto da questo meccanismo di comunione di intenti nel suo crearsi, ma resta un esistere che funziona in sé ad ogni tappa, con una forza espressiva e di significati fuori dal comune.

Questa ultima fase è chiamata, quasi con scaramanzia, L’anello più debole della catena è anche il più forte perché può romperla; la catena è la struttura dinamica del lavoro che diventa forza creativa nel momento in cui riesce a rompere l’ingranaggio, una metafora che racconta il meccanismo su cui è nata la mostra e che speriamo sia auspicio di una continuazione da parte dell’Hangar di questo percorso, seppur in nuove forme.

L’esposizione, spostatasi tutta ai piedi delle Torri di Anselm Kiefer, soffre, nonostante gli sforzi, di uno spazio difficile da abitare. Così il labirinto di cartone di Yona Friedman diventa giocoforza un luogo in cui accogliere la maggior parte dei lavori, soprattutto quelli a video o di piccole dimensioni. D’altronde si dice che l’arte dell’arrangiarsi sia una cosa tutta italiana così i due curatori han ben pensato che la cosa è da ripetersi e già pensano ad una serie di contenitori da commissionare di volta in volta ad artisti che diano respiro agli allestimenti e magari creino quelle pareti mancanti dentro l’Hangar.

Andrea Lissoni è soddisfatto della sensazione di “cantiere non finito” che pervade la mostra grazie anche a opere come Bars di Massimo Bartolini: un’impalcatura da cantiere che arriva fino al soffitto dell’Hangar, o Scala Reale di Ludovica Carbotta. Si crea un forte contrasto con altre opere ben più eteree e poetiche come gli intagli leggeri di Elisabetta Di Maggio o gli Appunti di viaggio di Adele Prosdocimi: rettangoli di feltro su cui l’artista ha ricamato frasi pronunciate durante le riunioni di preparazione per la mostra su ispirazione dei tappeti usati dai popoli nomadi come supporto per tramandare la propria storia.

L’interpretazione della fragilità segue dunque strade assai diverse, se io ho apprezzato di più quella ingenua e tenera in cui ritrovo anche opere violente come Untitled (86 94 11) di Nico Vascellari, grazie a cui si conosce Tiberio De Poi l’imitatore dei rumori dei fuochi d’artificio che andò anche alla Corrida, o lavori tra l’ironico e il critico come la grotta di cera Wax, Relax di Invernomuto. Altri potranno apprezzare di più approcci più didattici come Resistance di Roman Ondák, video che testimonia un esperimento sociale: è stato chiesto ad alcune persone di partecipare ad eventi pubblico con i lacci delle scarpe slacciate, una forma di resistenza o di capriccio infantile?

Mi è sembrata un po’ fuori-fuoco rispetto l’allestimento generale The dark room di Carlos Garaicoa, un’istallazione coinvolgente e intelligente. L’artista ha ricreato una specie di salottino d’attesa in cui sono messi a disposizione molti quotidiani le cui immagini e scritte sono però state parzialmente coperte di nero a dimostrare il potere delle immagini e di chi le governa.

Per un Nari Ward molto divertente, delle nuove acquisizioni la più monumentale è anche quella più appassionante: l’enorme cono rovesciato di sacchetti di plastica di Pascale Martine Tayou mostra il potere schiacciante degli ultimi, dei deboli, degli scarti dell’umanità per un finale trionfo meritato della fragilità.

In attesa dell’uscita del volume che racconterà l’intero progetto con un grande apparato fotografico previsto per il prossimo mese, mettetevi in gioco e andare a vedere quale fragilità è nascosta in voi.

* Adele Prosdocimi – Appunti di viaggio (2011)



Commenti (1)

  1. I am so pleased to see that Morningside has been recnearnatid. Wow! The New England Flying Community should be very happy that all that has come about has come about! I look forward to another generation of pilots now being able to share and enjoy this special part of heaven! I was so worried that it might get lost. Now I am happy. All of the rest of you should be too. Thank you Kitty Hawk friends. Hope to come up and see it all soon.

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