Bianco e Valente – Costellazioni di me

di Micol Di Veroli Commenta

La galleria Fabio Tiboni / SPONDA inaugura il 29 gennaio la mostra Costellazioni di me del duo artistico Bianco-Valente, già attivi sul territorio bolognese nel 2007 con un’installazione ambientale al Museo di Palazzo Poggi. Il lavoro di Bianco-Valente è da sempre incentrato sui concetti di percezione e relazione: in questa occasione viene proposta un’installazione ambientale che fornirà il pretesto per l’incontro e lo scambio delle energie potenziali tra lo spettatore e il luogo, tra le persone e le cose.

Bianco-Valente avvolgeranno le pareti e il soffitto della galleria in una rete relazionale disegnata trascrivendo le parole dei saggi e delle lettere con cui gli astronomi, nei secoli passati, hanno via via descritto le proprie osservazioni e le proprie visioni, volte a definire i corpi celesti e le leggi che li tengono in relazione. Pochi sanno che fu proprio a Bologna che Copernico cominciò, grazie all’incontro e alla collaborazione con l’astronomo ferrarese Domenico Maria Novara, ad approfondire i suoi studi astronomici e a fare le prime osservazioni, che lo portarono dopo circa 20 anni a formulare la sua teoria eliocentrica che, riprendendo gli studi dei pitagorici e alcune intuizioni del suo mentore bolognese, rimetteva il Sole al centro dell’universo allora conosciuto.
“Attraverso i secoli e le culture la visualizzazione della dimensione in cui avviene la creazione della sfera pubblica risponde sempre all’idea di una superficie che accoglie una rete di passaggi, sia essa l’agorà della civiltà greca o il web: una mappa, una sintesi grafica di uno spazio concreto o virtuale. Giovanna Bianco e Pino Valente sperimentano una possibile interpretazione di questa raffigurazione: le loro Costellazioni danno notizia di qualcosa già avvenuto (lo scambio di contenuti e contatti tra soggetti diversi e tra loro remoti) e mostrano la trama complessa delle traiettorie lungo le quali si sono attuati questi rapporti e la concatenazione latente tra i diversi interlocutori. Il tutto riscoprendo la dimensione demiurgica e creativa che appartiene a qualsiasi procedimento cartografico: la capacità di descrivere (funzionalmente) un territorio materiale o immateriale, ma anche di inventarlo (proprio secondo il senso che risiede nell’etimologia di questo termine, il latino ‘invenire’ che si traduce come ‘scoprire’, ‘trovare’).” Pietro Gaglianò
La mostra sarà accompagnata da un poster pieghevole con un testo critico di Pietro Gaglianò

 

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