David Cronemberg bissa il flop con Cosmopolis

di Micol Di Veroli Commenta

Quel geniaccio di David Cronemberg non ha certo bisogno di presentazioni, alcune sue pellicole come Scanners, Videodrome, La mosca, Inseparabili, Il Pasto nudo e Spider possono bastare ad annoverare il suo nome nei libri di storia del cinema e non solo. A volte però anche i geni infallibili prendono incredibili cantonate, sarebbe a dire le classiche eccezioni che confermano la regola.

Il nostro Cronemberg, dopo aver sfornato un capolavoro come La promessa dell’assassino, ha poi prodotto un’opera alquanto discutibile e prolissa come A Dangerous Method. C’era quindi molta attesa per questo Cosmopolis, ultima fatica del regista canadese tratta dall’omonimo romanzo di Don DeLillo. Attesa che in parte è stata tradita dall’estrema complessità di un film che a volte si annoda su sé stesso. Difficile valutare un film come Cosmopolis, i dialoghi del libro sono stati rispettati, c’è il coraggio di girare tutto dentro una limousine in movimento da una parte all’altra di Manhattan per un semplice taglio di capelli, c’è l’agitazione sociale che si diffonde come un virus alla Cronemberg-maniera, c’è l’ansia per un futuro controllato dalla finanza e dai computer, c’è Occupy, c’è anche Rothko insomma ci sono tutti gli ingredienti del capolavoro. Eppure Cosmopolis è lungi dall’esser un capolavoro.

I dialoghi a volte sono estenuanti e esageratamente grotteschi, i riottosi sembrano dei figuranti lancia-topi e nulla più. Gli attori sono innaturalmente algidi (Robert Pattinson sta ancora recitando in Twilight? Juliette Binoche trasformata in escort scema?, Paul Giamatti in santone ancor più scemo con l’asciugamano in testa?) le scene di violenza dovrebbero essere crude ma risultano solo comiche. Ovviamente è pur sempre un lavoro profondo e “da vedere” ma il pericolo di abbandonare la sala a metà spettacolo è sempre in agguato. La sensazione è che il regista canadese abbia voluto girare un film “russo” senza la poetica dell’immagine che solitamente contraddistingue il cinema sovietico, un film “francese” senza i dialoghi propri del cinema transalpino, un film statunitense senza l’azione propria delle americanate. Insomma, una pellicola che raramente incontra i gusti di una qualche categoria di sfegatato amante del cinema. Certo a qualcuno questo film piacerà, magari agli stessi che hanno amato il papocchio filosofico distribuito nei Matrix dei fratelli Wachowski. A noi però la retorica sul dramma sociale e sulle imperfezioni che devono per forza di cose esprimersi per trovare una dimensione non è piaciuta affatto.

 

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