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Il 6 novembre la galleria Novalis di Torino inaugura la mostra A pari passo 1, a cura di Antonio Arèvalo. A pari passo 1 è la prima di una serie di quattro mostre che vuole essere una ricognizione sugli artisti d’oggi, su coloro che stanno costruendo il loro momento a pari passo. Artisti che al di là della loro provenienza geografica si incontrano sulla scena internazionale e che hanno una uguale proposta energetica. Nati tutti negli anni ‘70, hanno maturato la loro personale ricerca intorno agli anni ‘90 partecipando da allora ad eventi internazionali, vincendo importanti premi, residenze, mostre in gallerie private e Musei,  partecipando a Biennali internazionali.

Primož  Bizjak, Sempeter (Slovenia 1976, vive fra Slovenia, Venezia e Madrid), Marlon De Azambuja (Sto. Antônio da Patrulha-RS, Brasile, nel 1978, vive a Madrid), Patrick Hamilton (Louvain, Belgio 1974. Vive e lavora a Santiago del Cile). La loro via virtuale comprende uno scorcio rapito da un flash, da un taglio che più tardi comporrà un collage, lo squarcio di un proiettore che con sapiente ironia ci racconta un’altra realtà più nascosta.  Città  che hanno visto popolarsi interi paesaggi per poi rimodellarsi ai tempi e con i tempi. Città che fanno esplodere le loro contraddizioni e vi si adagiano. Città in cui si vive attraverso l’uso e attraverso la percezione. Città che mostrano le loro qualità geometriche, compositive e materiche.

Perché  vivere nelle città vuol dire convivere con i propri fantasmi. Sono i fantasmi che sicuramente oggi si aggirano per quella Santiago del Cile che voleva rispecchiare il modello neoliberale imposto durante la dittatura di Pinochet con l’appoggio dei Chicago Boys, fenomeno iniziato alla fine del 1973, ossia prima delle esperienze neoliberiste o neoconservatrice delle moderne nazioni occidentali e che l’artista cileno Patrick Hamilton ci fa vedere in una sorta di vendetta cosmetica. Cosmetica e potere, pubblicità e violenza. I rivestimenti realizzati sui grattacieli specchianti della grande Santiago ironizzano sull’iconografia generalizzata della nostra epoca: Santiago diventa Sanhattan, appunto, dove è stata imposta una politica d’integrazione affine alla globalizzazione capeggiata dall’impero, o quella eretta città che si propone come l’apologia del maschile che Marlon De Azambuja ci sottolinea nei suoi video. Registrati nella Avenida Paolista, a São Paulo in Brasile, dove si stagliano degli edifici – anzi, le loro punte verso il cielo – e un movimento dell’obiettivo crea quasi un effetto “concreto” di penetrazione. Questo è stato anche un modo ironico per sfatare certe forme, in qualche maniera falliche, e certe teorie sulle costruzioni orizzontali. Marlon De Azambuja fa parte della memoria di una cultura costruttivista, che trova i suoi precedenti nel concretismo brasiliano e si intreccia con l’erotismo che deriva da una sensibilità tropicale. Ci indica inoltre che esistono degli interstizi carichi di mobilità attraverso cui fare transitare il linguaggio, per portarlo verso nuovi accessi espressivi.

Il mio libro s’apre e si chiude su immagini di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici, questo testo di Italo Calvino sembra adattarsi a pennello alla città ritratta da Primož Biziak. L’immagine fotografica coglie una sottile fase di mutazione, non sappiamo se lo scatto avvenne durante l’imbrunire o all’alba, sappiamo solo che non c’è nessuno, che nessuno mai disturberà questo attimo poetico che coglie questa città ideate dall’uomo e trasformate: Primož si è introdotto nei cantieri della Madrid che fu e di quella che sarà.

La città – così scrive Ricardo Caldura – assume così l’aspetto di una crisalide che sta per abbandonare il proprio involucro, e l’immagine fotografica coglie questa delicatissima fase di mutazione: fra il ‘non più’ dello stadio precedente e il ‘non ancora’ della condizione a venire.

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