Nuove grane per Christo ed il suo Over The River, stavolta il problema sono le “buche”

Orfano della grande Jeanne-Claude, Christo ha deciso di non gettare la spugna e come molti di voi ricorderanno ha successivamente rialzato la posta con il suo progetto Over The River. Si tratta di un faraonico progetto ideato assieme alla moglie circa 18 anni or sono e prevede l’impacchettamento del letto del fiume Arjansas in Colorado con la sospensione di migliaia di pannelli in tela traslucida.

Dopo numerose polemiche da parte degli ambientalisti ed alcuni dubbi delle istituzioni locali, le autorità del Colorado hanno definitivamente approvato il progetto lo scorso autunno. A questo punto Christo ha cominciato le fasi preparatorie di un’impresa che costerà 50 milioni di dollari e che si prevede porterà nelle regioni interessate più di 400.000 turisti, con conseguente guadagno per tutto lo stato. Nei giorni scorsi però, un ulteriore colpo di scena ha scosso le ormai placide acque in cui stava navigando Over The River.

F**k You Ai Weiwei!

Mandare a quel paese Ai Weiwei? Già è successo anche questo ma non si è trattato di un atto offensivo, bensì di un gesto di solidarietà. Stiamo parlando della piccola performance inscenata dalle persone accorse per il Sundance Film Festival edizione 2012 che lo scorso 28 gennaio hanno alzato il dito medio per Ai Weiwei. Come ben saprete il coraggioso artista cinese ha recentemente realizzato un interessantissimo documentario.

Il film si intitola Ai Weiwei: Never Sorry ed è stato girato da Alison Klayman che è riuscita a guadagnarsi il permesso di seguire passo passo la vita di Weiwei. La regista ha documentato ogni singolo brandello di vita del grande artista, seguendolo fino al 2010 nelle sue mostre museali, nei suoi scontri con il governo cinese e nei suoi momenti di intimità famigliare. Il documentario è in seguito approdato al il Sundance Film Festival dove è riuscito ad aggiudicarsi il premio US Documentary Special Jury Prize for Spirit of Defiance per il miglior documentario.

Orgoglio Italiano: Massimiliano Gioni curerà la Biennale del 2013

La Biennale di Venezia della povera Zia Bice Curiger sarà ricordata (o forse dimenticata) come una delle più tiepide di tutti i tempi, non un successo su scala mondiale come quella di Achille Bonito Oliva ne un fallimento totale come quella di Hans-Ulrich Obrist e Rirkrit Tiravanija bensì una linea ordinata senza troppe emozioni. Del resto sono sempre i primi e gli ultimi ad esser ricordati ma tutto ciò che rimane nel mezzo viene presto dimenticato.

L’unica nota dolente che terrà viva nella nostra memoria il ricordo della 54esima Esposizione internazionale d’Arte è il Padiglione Minestrone Italia™ di Vittorione Nazionale©, un disastro senza precedenti che ha contribuito ad affossare definitivamente la creatività del nostro martoriato Stivale. Eppure la speranza è sempre l’ultima a morire è come avevamo già scritto in un nostro precedente articolo, una volta toccato il fondo non c’è altro da fare che risalire. Ecco quindi che finalmente la Biennale gioca una carta importante che potrebbe gettare una luce di speranza per il versante italiano, già perché in queste ultime ore la prestigiosa kermesse presieduta dal redivivo Paolo Baratta ha nominato nientemeno che Massimiliano Gioni al timone della nave.

Muore Mike Kelley, l’ultimo artista/rocker underground

Il grande artista Mike Kelley (58 anni)  è venuto a mancare ieri 1 febbraio mentre si trovava nella sua residenza privata di Los Angeles. La tragica notizia è stata confermata ad Artinfo da Helene Winer della galleria Metro Pictures di New York, dealer che da diverso tempo lavorava con l’artista, e dalla Gagosian Gallery (altra galleria di rappresentanza dell’artista). Cosa ancor più sconvolgente è che Kelley ha deciso di togliersi la vita, commettendo un tragico suicidio.

“Era depresso da diverso tempo ed i suoi amici erano molto preoccupati. E’ una vera tragedia, Kelley era un grande artista, giovane e brillante e di grande influenza per la scena internazionale. Sono scioccata, non posso pensare che Kelley abbia deciso di fare una cosa del genere. Sono sconvolta.” ha dichiarato Helene Winer alla stampa internazionale. Nel corso della sua carriera Kelley ha esplorato il lato oscuro della società americana, prendendo spunto dall’iconografia cristiana, dal Surrealismo, dalla psicoanalisi, dalla cultura Trash, dal folclore e dalla caricatura.

Neo, lo street artist poliziotto

Avete mai sentito parlare di un poliziotto che passa dall’altra parte della barricata e diviene uno street artist? Sembrebbe una favoletta per bambini ed invece queste cose accadono sul serio. Protagonista della storia in questione è Steven Weinberg, ragazzone di 44 anni che abita a New York.

Weinberg ha lavorato per una decina di anni nel distretto di polizia cittadino. Durante gli anni ’80, prima di arruolarsi, l’agente Weinberg era meglio conosciuto come Neo, uno street artist molto conosciuto ed autore di centinaia di tags e graffiti sparsi per tutta la grande mela. Poi, nel 1995 il cambio di rotta e l’entrata nelle forze di polizia, fino al tragico incidente sul lavoro nel 2001, quando l’agente-street artist è stato costretto a lasciare il distretto ed a camminare per sempre con un bastone.

Francesco Vezzoli ed il Jailbreak dell’arte contemporanea

Ci risiamo, il nostro (?) Francesco Vezzoli è tornato a colpire. Già perché uno dei pochissimi artisti italiani famosi anche al di fuori dei nostri confini, ha da poco inaugurato (e chiuso) il suo 24 hour Museum nel Palais De l’Iéna di Parigi, disegnato da Auguste Perret. L’evento è stato prodotto nientemeno che dal fashion brand Prada, sempre attento a tutto ciò che è arte contemporanea e dalla AMO dell’archistar Rem Koolhaas.

Come recità il titolo, il 24 hour Museum  è rimasto aperto per sole ventiquattro ore, dopodiché ha definitivamente serrato i suoi cancelli. Mostra? Happening? red carpet o sfilata di vip? Difficile dare una connotazione alle rocambolesche imprese del nostro artista. Questo signore e signori è Francesco Vezzoli, il Cattelan versione 2.1, l’ironico artefice di eventi spettacolari che oggi si chiamano arte e che riescono ad attirare curiosità e pubblico a iosa.

Dopo Sotheby’s anche il Whitney Museum chiude la porta in faccia ai suoi lavoratori

Come molti dei nostri lettori ricorderanno, ad agosto, circa 43 lavoratori del gigantesco brand internazionale Sotheby’s hanno dato vita ad uno sciopero causato dal mancato rinnovamento del loro contratto, scaduto verso la fine di luglio. In seguito i movimentatori di opere d’arte (che lavorano con la celebre casa d’aste da oltre 7 anni) hanno pensato bene di passare alle maniere pesanti, visto che Sotheby’s li aveva rimpiazzati con altrettanti operai della Crozier Fine Arts, infangando il sacrosanto diritto allo sciopero di tutti i lavoratori del mondo.

I lavoratori hanno così lanciato diversi sit in e diverse “invasioni di campo” ad asta aperta, costringendo così Sotheby’s ad una contromisura senza precedenti, vale a dire quella di chiudere al pubblico le sue gallerie poste al 10 piano del quartier generale di New York, dove solitamente vengono esposte le opere che andranno all’asta. Ebbene, alla protesta dei movimentatori di Sotheby’s si aggiunge oggi quella dei movimentatori della società Local 966 che da diverso tempo lavora per il Whitney Museum of American Art in quel di New York. I lavoratori hanno da diverso tempo intavolato delle negoziazioni con la direzione del museo per siglare un nuovo contratto, visto che l’attuale scadrà il prossimo 31 gennaio.

Un David Hockney da record zittisce Damien Hirst ed i detrattori della pittura


La recente polemica tra David Hockney e Damien Hirst è apparsa su tutte le prime pagine dei magazine d’arte contemporanea del globo. In realtà gli attacchi sono partiti da Hockney ed Hirst non ha commentato. Tutto è iniziato quando Hirst ha dichiarato di aver prodotto personalmente solo i primi spot paintings ed aver in seguito passato la palla ai suoi assistenti: “Gli spot paintings mi annoiano e poi i miei assistenti li fanno meglio di me. Senza di loro sarei proprio finito” aveva dichiarato il folletto della Young British Artists.

Udendo tali parole il buon vecchio Hockney è montato su tutte le furie ed ha inveito contro il suo collega, affermando che un vero artista lavora con le proprie mani ai dipinti: “ La factory di Damien Hirst è letteralmente un insulto alla produzione artistica. Un vero artista produce le opere di suo pugno” ha dichiarato Hockney e non pago di ciò ha fatto scrivere sulle locandine della sua mostra alla Royal Academy di Londra il messaggio: “Tutte le opere sono state create dall’artista stesso”.

La Kodak dichiara bancarotta, fine di un’epoca?

I primi segni del collasso li avevamo registrati qualche tempo fa, quando la Polaroid aveva definitivamente dismesso la produzione delle sue storiche pellicole istantanee. In seguito anche la Kodak aveva lanciato disperate grida di soccorso, terminando la produzione della storica pellicola Kodachrome, emulsione che dal 1935 aveva praticamente scritto la storia della fotografia mondiale. Oggi, dopo 131 anni di gloriosa attività è la stessa Kodak a dichiarare bancarotta.

La domanda è stata presentata dalla Eastman Kodak Company e da tutte le sue società controllate negli Stati Uniti  alla corte distrettuale del Southern District di New York.Per quanto riguarda il resto del mondo, le filiali della grande azienda continueranno a tener fede agli impegni presi con clienti e fornitori, almeno stando a quanto dichiarato da Philip Cullimore, Direttore di Kodak Europe:

Damien Hirst (non) riposa in pace

Quanti articoli abbiamo scritto su Damien Hirst in queste ultime settimane? Troppi forse, e come se tutto questo non bastasse, proprio nel corso di questa settimana abbiamo redatto un’accurata critica sulla megamostra The Complete Spot Paintings ospitata dalle Gagosian Gallery di tutto il mondo. Il guaio è che al “povero” Mr. Hirst sembra accadere ogni tipo di bizzarria e per forza di cose non possiamo non documentare quanto accade.

Il celebre magazine The Village Voice ha pubblicato proprio ieri una notizia a dir poco allarmante scritta da Christian Viveros-Faune. Secondo il giornalista Damien Hirst sarebbe deceduto nella giornata del 12 gennaio scorso a New York in seguito alle complicazioni derivate da una diverticolite acuta. Causa di tutto ciò l’immane stress e le fatiche dell’allestimento che avrebbero stroncato l’artista a soli 46 anni. Il bello è che il Village Voice continua con il suo lungo “coccodrillo” con l’intera storia di Damien Hirst dalle origini fino ai giorni nostri, disquisendo sulla sua continua ricerca della morte all’interno della produzione artistica.

George Lucas e l’attacco dei cloni dell’arte contemporanea

Il mondo dello star system è alquanto bizzarro, i divi che lo animano sono sempre in cerca di un qualcosa di irraggiungibile, puntualmente pronta a sfuggirli di mano. I premi, gli onori, la gloria e l’amore dei fans non è mai abbastanza, questo poiché il divo che canta o recita vorrebbe essere considerato un artista in piena regola. Ecco quindi che Lady Gaga e James Franco si auto proclamano performers e Sylvester Stallone pittore.

L’ultimo in ordine di tempo è il regista George Lucas, autore della saga di Star Wars nonché della nuova pellicola Red Tails. Ebbene Lucas ha dichiarato di voler tornare alle origini del cinema sperimentale, vale a dire ciò che sin dai primi anni della sua carriera ha acceso nel suo cuore l’amore per la celluloide. Questo significa che presto vedremo un Lucas videoartista alla stregua di Bill Viola. La cosa fa comunque sorridere, visto che il regista ha più volte affermato, nel corso degli ultimi anni, di voler tornare alle arti visive senza mai dare un benché minimo segno di scostamento dalle pellicole blockbusters che attualmente dirige.

I consigli per gli acquisti che affondano gli artisti

Giornalista, critico, saggista, esperto di economia dell’arte e perfino artista. Questo il profilo professionale di Paolo Manazza, artefice della ormai lungamente discussa lista di artisti/consigli per gli acquisti apparsa sull’inserto Come investire nel 2012 del Corriere della Sera lo scorso lunedì 9 gennaio. Insomma verrebbe da dire che il bravo Manazza è un vero e proprio Player Manager alla Greame Souness, per intenderci, ma non è questo il punto focale della questione.

Ora noi non stiamo qui a disquisire sui nomi, sui presenti o gli esclusi od altro meccanismo mentale che ha portato alla composizione della lista. Quello che si dovrebbe prendere in considerazione è il reale impatto che una tale operazione potrebbe avere sul mercato italiano e sui collezionisti attualmente in cerca di un reale e soprattutto solido investimento. La lista redatta da Manazza è in realtà una classifica squisitamente personale, con tanto di quotazioni difficilmente dimostrabili usando l’unità di misura del mercato internazionale.

Kusama per Vuitton, Leonardo per Gherardini

Il mondo della moda e quello dell’arte contemporanea hanno da diverso tempo avviato una proficua relazione professionale. Molti personaggi dell’artworld, da Nan Goldin ad Ai Weiwei hanno collaborato a shooting fotografici per importanti brands o magazines, mentre il buon Takashi Murakami ha addirittura creato una linea di borse per Louis Vuitton. Proprio questa prestigiosa casa di moda ha ultimamente deciso di bissare il successo ottenuto con Murakami ed ha affidato al direttore creativo Marc Jacobs il compito di portare in casa Vuitton l’ennesimo artista artefice di un sicuro successo.

Jacobs è andato sul sicuro, scegliendo un’altra star del new pop giapponese autrice di intricate e coloratissime patterns polka-dot. Stiamo ovviamente parlando della signora Yayoi Kusama, combattiva artista della scuderia Gagosian che ha già disegnato assieme a Jacobs una serie di accessori moda come scarpe orologi ed altra gioielleria. Inoltre l’artista eseguirà installazioni site-specific per gli stores griffati Vuitton a partire dai primi giorni di luglio 2012. E’ questo l’anno di grazia per Yayoi Kusama, il 9 gennaio si è infatti chiusa la sua retrospettiva al Centre Pompidou di Parigi che si sposterà dal 9 febbraio al 5 giugno alla Tate Modern di Londra e successivamente al Whitney Museum di New York dove rimarrà in visione dal 12 luglio al 30 settembre.

Un’opera di Alison Schulnik copiata da una stampante in 3D

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Questo il titolo di un saggio fondamentale di Walter Benjamin, filosofo tedesco che nel non troppo lontano 1936 descrisse l’avvento di nuove tecniche per produrre e conseguentemente riprodurre opere d’arte, aprendo un seminale dibattito sull’autenticità stessa dell’opera. Molti di voi conosceranno questo libro a menadito, altri l’avranno studiato fra i banchi delle accademie. Sta di fatto che un evento accaduto di recente potrebbe aggiungere un ulteriore capitolo a questo già di per sé esauriente testo.

Benjamin parlava di “perdita dell’aura” dell’opera d’arte, l’artista Alfred Steiner ha praticamente dato forma alle idee del grande filosofo. Tutto è cominciato alla mostra collettiva Guilty/ (not) Guilty, organizzata da Sarah Schmerler alla galleria Norte Maar di Brooklyn. Alla collettiva che si è riproposta l’obiettivo di indagare ciò che la società considera come ottime ragioni per fare arte, hanno partecipato Ellen Letcher, Francesco Masci, Alfred Steiner e Pablo Tauler.