Le pagelle di Start Milano – Parte 4

E così siamo giunti all’ultima parte di un progetto più faticoso del previsto. Ecco le pagelle delle gallerie mancanti, le ultime esposizioni che hanno inaugurato in occasione di Start Milano. Se non l’avessi ancora detto abbastanza questa è stata un’avventura personale, ogni giudizio è stato pensato e mai dato per il puro gusto di poterlo scrivere a portata di tutti. Ogni mio pensiero deriva dall’aver visto, aver provato emozioni (o no) e aver vissuto l’arte, con tutto quello che comporta.

Massimo De Carlo – Matthew Monahan | Roland Flexner – VOTO 6+

Nel lavoro di Matthew Monahan la riflessione sulla figura umana non si lascia influenzare da limiti formali o estetici. È un’umanità dissezionata quella che propone, così come esce dalla sua mente la ripropone con materiali grezzi, senza imbellettamenti. Ma la ferocia delle sculture di perde nel riportare gli stessi pensieri sulla carta, corpi a pezzi, collage e grafismi rupestri pongono lo spettatore in quella dimensione ottimale di vicinanza all’arte e di contemporanea estraneità.

Le fotografie di Roland Flexner, invece, raccontano una ricerca di perfezione legata all’imprevedibilità della materia. Giocando con acqua, grafite liquida, carta, fiato riesce a realizzare dei mini paesaggi che attingono all’oriente e all’astrattismo, l’unica variabile che vince su tutte è il tempo. Nella serie al piano terra, la riflessione si spegne in un formalismo estetico un po’ già visto: fotografie di un teschio circondato da fumo, in diversi momenti. Semplicemente immortalando il momento si cerca l’aleatorietà.

Gran Bretagna-Italia, due “tagli” a confronto

La crisi economica è lungi dal terminare. A fronte dei timidi tentativi propagandistici del governo che tenta in tutti i modi di far credere che i momenti peggiori siano ormai alle spalle, la situazione in cui versano i nostri centri nevralgici della cultura non ci fa certo ben sperare per il futuro.

Il MADRE di Napoli rischia la chiusura, Il Maxxi di Roma non ha ancora emanato una programmazione certa, il Castello di Rivoli e la Gam di Torino non se la passano bene e l’Istituto Italo-Latino Americano (IILA) di Roma sarà presto costretto a cambiare sede per i troppi costi di gestione. Insomma presi nell’insieme tutti questi eventi forniscono un quadro della situazione non certo esaltante. Ed allora come dovrebbe reagire il mondo dell’arte ai tagli alla cultura? Alcune valide risposte sono state fornite in questi giorni, mentre è in atto la prestigiosa fiera inglese Frieze, dal Guardian che ha intervistato alcuni personaggi di spicco dell’arte contemporanea.

Le Terre Vulnerabili dell’Hangar Bicocca

Inaugura il 21 ottobre la prima mostra del progetto Terre Vulnerabili che segna la direzione artistica di Chiara Bertola all’HangarBicocca. Un progetto fortemente innovativo, sia nel suo farsi – gli artisti prescelti hanno partecipato a vari incontri a partire dal settembre 2009 condividendo il proprio lavoro, modificandolo o trasformandolo per accordarlo agli altri e realizzando opere significative e site specific o comunque ripensate per lo spazio di HangarBicocca – sia nella modalità di esposizione – si tratta di quattro mostre che coprono un periodo di otto mesi, in quattro fasi come quelle lunari, la prima da ottobre (le altre seguono a gennaio, marzo, aprile 2011) per un totale di trenta artisti internazionali ed altrettante opere.

La prima mostra vede la presenza di tredici importanti artisti, personalità molto diverse tra loro, con lavori differenti per dimensioni e materiali, alcuni di forte impatto emozionale, altri più concettuali e da scoprire indugiandovi; in tutti il concetto di vulnerabilità è declinato in modo sottile e personale. Tutti gli artisti del primo quarto restano anche nel secondo quarto – portandovi un nuovo lavoro o modificando in parte l’opera già esposta – dove si aggiungono nuovi artisti e così via sino all’ultimo quarto, seguendo l’idea di un terreno fertile che “germoglia”, cresce nel tempo e modifica la visione di quanto esposto precedentemente. Ogni mostra rappresenta un momento espositivo unico, irripetibile e diverso rispetto all’altro come le diverse fasi della vita.

James Magee il più grande artista sconosciuto degli Stati Uniti

In un interessante articolo del Wall Street Journal ci siamo imbattuti in un outsider decisamente interessante. Si tratta di James Magee, apostrofato come il più grande e sconosciuto artista americano ancora in vita. In effetti Magee, classe 1946, in tutta la sua carriera ha prodotto poco più di cento opere al limite tra lo scultoreo e l’installazione, molte delle quali sono talmente massicce e pesanti da richiedere mura rinforzate in caso di affissione.

I collezionisti sono quindi spaventati da tale caratteristica come lo sono i galleristi che di quando in quando visitano il suo studio a metà tra un’officina ed una discarica. I dealers molto spesso abbandonano Magee, giudicando le sue opere invendibili. Eppure questo eccentrico e visionario artista ha prodotto un’opera sensazionale, anzi precisamente egli è ancora al lavoro per ultimarla.

Giovedì Difesa: Inception

Inception è un film del 2010, scritto, prodotto e diretto da Christopher Nolan e interpretato, tra gli altri, da Leonardo Di Caprio, Joseph Gordon-Levitt, Ellen Page e Ken Watanabe. Pare che Nolan lavorasse al soggetto da circa dieci anni, inzialmente pensandolo come un horror. Lo script fu acquistato nel 2009 dalla Warner Bros, che ha stanziato un importante budget per la realizzazione.

La storia si sviluppa attorno ad un idea portante così come lo sviluppo di un idea è il tema della storia. I protagonisti riescono in un futuro molto simile a questo, o forse in un presente alternativo, a mettere i sogni in comune, in comunicazione, ossia a sognare insieme. Accade che se il soggetto non sta che sta sognando, allora i suoi pensieri oscuri, i suoi segreti, sono alla mercè dei banditi, dei ladri di informazioni che sognano con lui, molto spesso i segreti d’ufficio degli uomini d’azienda si trovano in cassetti e casseforti, nei sogni proprio come nella realtà.

Salvi i 33 minatori e Sebastian Errazuriz gli dedica un’opera

Sono stati sepolti vivi per 70 interminabili giorni, intrappolati in quella terribile miniera di San Jose in Cile. Ora finalmente, grazie alla capsula Fenix e ad un tunnel di salvataggio di oltre 600 metri, i 33 minatori cileni possono tornare nuovamente alla vita, risorgere dalle loro stesse ceneri e riabbracciare i propri cari. Nel mentre, le immagini del rocambolesco quanto provvidenziale salvataggio hanno fatto il giro del mondo ed oltre un miliardo di persone in tutto il pianeta hanno assistito contemporaneamente ed in diretta a questo lungo momento di gloria.

Un trionfo mediatico insomma ma anche un evento toccante e drammatico che ha influenzato persino il mondo dell’arte contemporanea. A Santiago del Cile infatti, nelle stesse ore del salvataggio, l’artista Sebastian Errazuriz ha lanciato un affascinante progetto d’arte pubblica. Si tratta di un’installazione che ha illuminato con 350 tubi al neon i 33 piani (stesso numero dei minatori intrappolati) di un edificio cittadino.

Torinomeforwe, quando il sociale incontra l’arte

Giovedì 14 ottobre inaugura all’ex- Arsenale Militare di Torino la mostra Torinomeforwe realizzata dalla Caritas Diocesana e dall’Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo. Divisa in due sezioni, una di arte contemporanea e un’altra fotografica, desidera offrire alla città l’occasione per dialogare sul tema della RESPONSABILITA’ GENERATIVA sociale di fronte alla profonda crisi che ci sta attraversando.

10 artisti: Laura Ambrosi, Enrica Borghi, Fabrizio Esposito, Silvia Giambrone, Filippo Leonardi, Dario Neira, Opiemme, Yael Plat, Monica Saccomandi, Enrico Tealdi presentano 10 sguardi sulla città e le persone che la abitano, 10 declinazioni possibili di “con-vivenza”; – 15 sguardi di cittadini: il fotografo Stefano Videtta ha raccolto volti fuori dai luoghi comuni, legati insieme da un filo rosso che, segnando una comune appartenenza, li rende riconosciuti e riconoscibili. Gli artisti e la curatrice Susanna Sara Mandice hanno lavorato insieme per dare vita a una mostra che fosse non semplicemente collettiva, ma fondata sulla collaborazione e lo scambio, così da sperimentare in prima persona il tema al centro del progetto Torinomeforwe: “La Responsabilità generativa (…) che si fa carico del qui e ora e che contemporaneamente agisce per il bene collettivo, che è capace di gettare avanti lo sguardo, che osserva dettagli e contemporaneamente quadri generali, che apprezza il caos creativo e cerca la bellezza, che fa senza strafare e senza credere nel potere assoluto della tecnica e del sapere, che non sfrutta, che chiede in prestito e restituisce, che non disfa in continuazione ma porta a termine con la libertà della responsabilità”.

La “Biennale diffusa” di Vittorio Sgarbi e la risposta di Gino De Dominicis

Massimo Cacciari, Alberto Arbasino, Tahar Ben Jelloun, Bernard-Henri Levy, Umberto Eco, Furio Colombo, Guido Ceronetti, Aldo Busi, Roberto Capucci, Emanuele Severino, Roberto Calasso, Roberto Saviano, Giorgio Pressburger, Giorgio Reale, Raffaele La Capria, Paolo Mieli. Questi sono gli intellettuali scelti da Vittorio Sgarbi, le figure “dall’intelligenza manifesta” che sotto la sua supervisione saranno chiamate a selezionare i 150 artisti provenienti da tutte le regioni d’Italia i quali a loro volta occuperanno lo spazio dell’Arsenale alla Biennale di Venezia 2011.

Ma nella Biennale Diffusa di Sgarbi ci sarà anche Oliviero Toscani in una sezione speciale a Forte Marghera più tante altre sorprese in tutta Venezia. Insomma chissà cosa ci aspetterà alla prossima edizione della celebre kermesse. Intanto scatta subito la polemica con un Vittorione Nazionale che dalle pagine del Corriere del Veneto apostrofa Francesco Bonami e Achille Bonito Oliva come fautori dell'”arte curatoriale che sa di ospedale”, oltraggiando due figure che hanno praticamente e fattivamente scritto la storia della curatela e della critica contemporanea nazionale (e non).

I 100 milioni di semi di girasole di Ai Weiwei invadono la Turbine Hall

La Turbine Hall della Tate Modern torna nuovamente a stupire ed affascinare il pubblico e lo fa grazie ad un artista che di fascino e stupore ne ha già suscitato parecchio. Ospite delle Unilever Series è infatti Ai Weiwei, artista poetico e visionario che da sempre lotta contro l’oppressione politica, sociale e razziale.

Stavolta Weiwei ha deciso di ricoprire il suolo della Turbine Hall con 100 milioni di semi di girasole di porcellana che vanno a formare una sorta di tappeto o di sabbie mobili le quali sembrano in continuo movimento. Il colpo d’occhio è decisamente affascinante ma i retroscena dell’intero progetto lo sono ancora di più. Per produrre i semi Weiwei ha infatti assoldato un vero e proprio esercito formato da 1.600 artigiani cinesi. Cosa ancor più sbalorditiva è che ogni seme di girasole è stato dipinto a mano. Gli artigiani provengono infatti dalla città di Jingdezhen, un tempo fulcro della produzione di porcellana per la casa imperiale.

Kara Tanaka per la Collezione Maramotti di Reggio Emilia

I corpi assenti nei tredici tavoli d’imbalsamazione di A Sad Bit of Fruit, Pickled in the Vinegar of Grief, l’opera realizzata da Kara Tanaka per la Collezione Maramotti di Reggio Emilia che sarà visibile al pubblico dal 24 ottobre 2010 al 31 gennaio 2011, dichiarano un rifiuto del desiderio di immortalità, la cui diffusa presenza ha permeato la cultura occidentale, che l’artista ritiene in una condizione di declino e di profonda crisi.

Non c’e’ infatti sintomo piu’ significativo di un desiderio di immortalità, espresso dall’uomo fin dalle prime forme di civiltà, del culto della perfezione del corpo, qui ed ora. E non sorprende se al deperimento di tale desiderio si accompagna una crescente obsolescenza della tensione metafisica nell’arte. Come la metafisica ha invaso e fecondato per millenni l’iconografia del corpo divinizzandolo, cosi’ l’arte oggi esplora l’iconografia della sua eventuale perdita. In Un triste pezzo di frutta, marinato nell’aceto del dolore, Kara Tanaka immagina una via d’uscita fisica dal conflitto che l’essere umano patisce tra corpo e coscienza, intravedendo la sparizione del primo e l’emigrazione della seconda al di là dei confini del sociale, nel cosmo che sempre piu’ la tecnologia ci avvicina, con l’accelerazione dello sviluppo e del ‘progresso’ della scienza. L’artista considera il presente come il passato del futuro: l’uomo si avvia a rinunciare al corpo, alla terra, per risolversi in pura coscienza.

Come ti vendo la Performance

Abbiamo già scritto alcuni articoli sul futuro del mercato della video arte e la scrivente ha persino moderato un talk su tale tematica alla recente edizione del Festarte Video Art Festival tenutosi al Macro di Roma. Tra dubbi ed incertezze il mercato della videoarte è ad un punto di svolta ma se parliamo del mercato della Performance Art allora le cose si complicano ulteriormente. Ebbene si, avete capito bene, esiste un mercato della performance art ed in molte ipotesi i pezzi venduti raggiungono cifre sbalorditive.

Ma in realtà cosa si vende? la risposta è tanto semplice quanto sbalorditiva: l‘idea. Il Financial Times ha infatti ultimamente pubblicato un articolo di Gareth Harris che spiega minuziosamente come avviene la vendita di tale tecnica artistica. Nella maggior parte dei casi si vende la documentazione collaterale, vale a dire fotografie e video. Il collezionista Aaron Levine ad esempio ha recentemente acquistato una performance di Allan Kaprow per 21.000 dollari, una di Rebecca Horn per 118.000 dollari ed una di Ana Mendieta per 200.000 dollari.

Svelato il progetto della Moschea a Ground Zero mentre Banksy incontra i Simpsons

La decisione di costruire una Moschea su Ground Zero a New York, proprio vicino  dove l’11 settembre 2001 i terroristi islamici uccisero migliaia di persone, dando inizio ad un clima di terrore senza precedenti, ha sollevato numerose polemiche. Il presidente Barack Obama, in nome della libertà di culto, ha giustamente concesso il permesso per l’erezione del controverso edificio ma ovviamente tale decisione non ha mancato di dividere l’opinione pubblica, parenti delle vittime compresi.  Giusto o non giusto, siamo qui a tenervi aggiornati sui primi rendering del progetto.

La struttura dovrebbe costare attorno ai 140 milioni di euro ed il design è stato curato dal gruppo di architetti SOMA. Dalle prime immagini sembrerebbe un edificio estremamente innovativo. Passiamo ora a qualcosa di più leggero. Il beniamino della street art Banksy ne ha combinata un’altra delle sue. Stavolta l’artista ha deciso di portare la sua carica sovversiva all’interno di un cartone animato.

Save MADRE!

In questi ultimi tempi diverse testate, in primis Exibart, avevano dato notizia dei numerosi problemi del Museo MADRE di Napoli. Ora il MADRE rischia di chiudere per i vari tagli alla cultura (sembrerebbe che la direzione non riesca nemmeno a pagare le bollette figuriamoci il personale) e a noi di GlobArtMag dispiace perchè il museo napoletano dal 2005 (anno di apertura) ha sempre (o quasi) avuto un’offerta espositiva di alto livello ospitando mostre di ottima qualità.  Di seguito riportiamo quello che appare oggi nel loro sito:

Il MADRE è diventato in pochi anni uno dei nuovi musei più amati dalla critica e dal pubblico di tutto il mondo. Una città, che ha una grande storia di gallerie private di assoluto valore, ha finalmente trovato in questo splendido museo nel centro storico un punto di riferimento di sicuro prestigio e di forte e riconosciuta credibilità internazionale. Per chi studia e ama l’arte contemporanea e, aldilà dei tanti problemi che l’affliggono, riconosce il rinnovato splendore culturale di una città come Napoli, è impensabile che il MADRE, un museo già così importante e accreditato, venga improvvisamente abbandonato e distrutto dal governo locale.