Chris Burden alla Gagosian Gallery di Roma

La Gagosian Gallery inaugura il 13 febbraio la prima mostra di Chris Burden a Roma in oltre trenta anni. In The Heart: Open or Closed l’artista prosegue la sua ricerca sulle costruzioni architettoniche e sul ruolo che queste ricoprono nel riflettere differenti culture. In tre opere individuali ma in relazione fra loro, l’artista esplora l’estetica e le possibilità metaforiche di architetture stravaganti.

Da un lato della sala ovale Burden ricrea Nomadic Folly (2001). Presentata per la prima volta nel settembre 2001 alla Biennale Internazionale di Istanbul, questa installazione è la sua interpretazione fantastica di una sofisticata tenda nomade. La struttura è composta da un’ampia piattaforma in legno di cipresso e da quattro grandi ombrelloni. I visitatori possono soffermarsi e rilassarsi sotto la tenda rivestita di sontuosi tappeti e decorata da corde intrecciate, lampade e oggetti in vetro e metallo, ricche stoffe tradizionali ricamate con fili scintillanti. Una dolce e seducente musica turco-armena si diffonde dall’interno.

Chocolate Grinders/Il macinino da caffè interpretato da Radim Labuda

Sabato 23 gennaio si inaugura presso la galleria Dora Diamanti arte contemporanea di Roma la mostra Chocolate Grinders/Il macinino da caffè, personale di Radim Labuda curata da Susanna Horvatovičova. In occasione dell’inaugurazione, l’artista slovacco realizzerà una performance ispirata all’installazione video e fotografica.

L’installazione Chocolate Grinders riprende la vita reale della comunità di colore nelle strade di San Francisco. La serie video mostra con immediatezza la fenomenologia del gesto quotidiano. Frammenti della realtà americana vengono ripetuti e bloccati in loop secondo un processo di postproduzione dell’immagine legato al montaggio video. Radim Labuda chiude la scena in un tempo imprecisato e sposta il discorso altrove, riflette sul senso esistenziale degli uomini colti dalla telecamena a loro insaputa mentre ripetono le medesime azioni, chiusi in una dimensione che non permette loro un reale contatto con l’esterno. Il tempo circolare dato dall’installazione video e da quella fotografica ricorda paradossalmente il funzionamento meccanico dell’ingranaggio disegnato da Marcel Duchamp, Il Macinino da caffè, di cui l’artista slovacco riprende  direttamente il titolo.

Greater Torino, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo apre i suoi spazi ai giovani talenti

Martedì 2 febbraio 2010, dalle 19 alle 21, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo inaugura Greater Torino, nuovo ciclo espositivo dedicato agli artisti delle giovani generazioni che hanno in Torino il proprio spazio di formazione o di lavoro.

La città è intesa come territorio allargato, luogo di nascita o di elezione, ma soprattutto piattaforma per la costruzione di un percorso di ricerca alimentato da opportunità di crescita, di mobilità e di relazioni con l’esterno. Una città aperta dunque, capace di accogliere quelle dinamiche di “andata e ritorno” essenziali nella definizione delle carriere artistiche. In un contesto locale che da anni promuove l’arte delle ultime generazioni con programmi istituzionali e iniziative private, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo intende dare il suo contributo offrendo ai talenti emergenti la propria cornice museale, ove misurarsi con la curatela, lo spazio e i suoi pubblici.

London Art Fair 2010

Si è aperta il 13 gennaio una delle più celebri e prestigiose fiere dell’arte internazionali e dobbiamo dire che è veramente enorme. Si tratta della London Art Fair 2010 che ha letteralmente invaso il Business Design Centre di Islington il quale ospiterà la manifestazione per cinque giorni fino al prossimo 17 gennaio. Quest’anno la fiera propone 100 gallerie internazionali che a loro volta presentano un compendio di opere che raggruppano una cospicua summa di ciò che si è fatto nei passati 50 anni in campo artistico. Tra opere di Josef Albers ed altri miti del contemporaneo misti a giovani talenti emergenti c’è n’è per tutti i gusti.

Quest’anno inoltre per combattere la crisi molte gallerie hanno deciso di livellare i prezzi verso il basso ed alla Bearspace Gallery sono state messe in vendita opere per la risibile cifra di 25 sterline. Julia Alvarez, il direttore dello spazio, ha dichiarato di aver riscontrato un crescente interesse nelle stampe a tiratura limitata ed uno spostamento del collezionismo dalle costose opere degli artisti già famosi e quelle dei giovani emergenti, decisamente più abbordabili. Ovviamente si tratta sempre di una fiera prestigiosa quindi non è difficile trovare opere in vendita a 500.000 sterline.

BestNonBuy, una performance all’interno del centro commerciale

 Lo shopping è una forma d’arte tutta Americana quindi è naturale che un membro della Flux Factory, l’artista Man Bartlett ha deciso di elevare definitivamente questa pratica al rango di performance in un progetto dal titolo BestnNonBuy. Con un passato nel teatro, Bartlett ha deciso di passare 24 ore in un megastore della catena Best Buy sito in Union Square a Manhattan con l’intenzione di non spendere nemmeno un dollaro.

La performance ha avuto inizio alle 6 del pomeriggio del 7 gennaio e durante lo scorrere delle ore l’artista ha subito cominciato ad avvertire i segni della sindrome da centro commerciale, ossia cerchio alla testa ed occhi stanchi con conseguente calo dell’attenzione. L’artista, durante la sua lunga detenzione all’interno di uno dei templi del consumismo moderno, è però rimasto in contatto con il mondo esterno aggiornando periodicamente la sua pagina di Twitter.

Mat Collishaw omaggia il grande regista Sergei Paradjanov

 Mat Collishaw è da più di venti anni una figura preponderante dell’art scene internazionale. Ora l’artista ha ricevuto un’importante commissione dalla BFI gallery per una mostra incentrata sull’opera visionaria del regista georgiano/armeno Sergei Paradjanov. Il progetto che partirà il 26 febbraio e rimarrà in visione sino al 9 maggio, fonde la scultura con le immagini in movimento in un lavoro d’atmosfera che evoca lo spirito delle pellicole del grande regista e apre la pista ad un festival dedicato al cinema di Paradjanov che si terrà nei cinema della BFI Southbank in questa stagione.

Collishaw e Paradjanov condividono una profonda comprensione delle meccaniche della bellezza caratteristica ravvisabile in ogni opera dei due grandi artisti  pur se contrassegnata da diversi elementi culturali. Un uso sensuale del colore sembra la cifra stilistica che unisce a doppio nodo l’opera dei due. In occasione di questo evento Collishaw ha deciso di assemblare oggetti di antiquariato, finestre abbandonate e specchi assieme ad un video recentemente girato in Armenia.

La Triennale di Milano negli States e Deitch alle prese con il conflitto di interessi

 New York City potrebbe presto avere più musei dedicati al design che all’arte. Mettendo a tacere tutte le voci di corridoio sulla possibile nuova istituzione che andrà ad occupare lo spazio lasciato libero dal Museum of Arts & Design sulla 53esima strada (attualmente il museo si è trasferito nel Lollipop building su Columbus Circle) la Cushman & Wakefield ha annunciato ieri che tale buco sarà coperto da un museo italiano dedito al design. Si tratta del Triennale Design Museum di Milano che ha firmato un affitto di ben 15 anni per i 18.000 metri quadrati dello spazio espositivo su un totale di quattro piani.

Tale spazio rappresenterà la prima location del Triennale di Milano negli Stati Uniti e la terza in assoluto. Il museo ha infatti aperto nel 2006 un avamposto in Giappone mentre a Milano la sede è stabile da 90 anni. Il nuovo museo dovrebbe aprire a maggio con l’intento di coincidere con la Fiera internazionale del Mobile Contemporaneo. Le dimensioni saranno così suddivise: 10.000 metri quadrati di spazio espositivo, 3.000 metri quadrati di cafè e ristorazione e 3.000 metri quadrati di bookshop.

Amir Mogharabi alla galleria 1/9 unosunove di Roma

Unosolo, la project room della galleria romana 1/9 unosunove inaugura il 14 gennaio la prima mostra personale in Italia dellʼartista newyorkese Amir Mogharabi (1982, Shiraz).

In linea con il significato che il numero 11 riveste nella riflessione teorica ed artistica di Amir Mogharabi e con lʼimportanza della componente performativa del suo lavoro la preparazione di Interior 01|11|10 avrà inizio il giorno 11 gennaio 2010. Ogni giorno lʼartista porterà avanti lʼallestimento della mostra realizzando i lavori direttamente in galleria e incontrando alcune persone (artisti, curatori, scrittori) invitate a interagire con il processo installativo attraverso discussioni sul lavoro svolto giorno per giorno. Tale confronto rappresenterà un contributo fondamentale e necessario per il risultato stesso della presentazione finale prevista per il 14 gennaio alle ore 19.

Andy Holden rimette al suo posto la piramide di Giza

La Tate Britain ospita attualmente una mostra del giovane artista britannico Andy Holden, l’evento rimarrà in visione fino al prossimo 10 aprile. Fin qui nulla di strano ma la singolare notizia arriva proprio da una dichiarazione di Holden che ha rivelato di aver rubato un pezzo di una piramide egiziana.

Il misfatto è stato compiuto in un viaggio di piacere, l’artista a 12 anni accompagnò il padre in Egitto. I due visitarono la piramide di Giza, una delle sette meraviglie del mondo antico ancora in piedi e relativamente intatta oltre che la più grande piramide del mondo. “Non appena giunti in prossimità della piramide ho rotto un pezzo di pietra da un lato della piramide” ha dichiarato Holden “Quando sono tornato a casa ho piazzato il pezzo di piramide su di uno scaffale della mia cameretta vicino alla collezione di souvenirs che avevo da bambino. Quando i miei genitori se ne accorsero andarono su tutte le furie e l’oggetto in questione divenne appunto l’oggetto della colpa”.

Nuovo pellegrinaggio creativo verso la Cina

Di arte contemporanea ed artisti cinesi ne abbiamo già ampiamente parlato, sviscerando tutti gli aspetti di un boom inaspettato che ha però nascosto molte illusioni ed insidie per collezionisti ed addetti ai lavori. Insomma l’invasione cinese è stata già analizzata ma non abbiamo mai sottolineato il trend inverso è cioè l’invasione della Cina da parte degli artisti europei ed americani, fenomeno che negli ultimi 5 anni si è diffuso tra moltissimi creativi che hanno fatto pacchi e valigie trasferendosi nella nazione Asiatica.

Così ha fatto anche Alessandro Rolandi (oggi artista molto stimato in Cina), scultore italiano, che è rimasto in Cina assieme ad una colonia di artisti che hanno deciso di espatriare, accettando una sfida che nasconde molte difficoltà ma anche moltissimi aspetti positivi. Molti artisti, come Rolandi hanno lasciato i piccoli studi ed il ristretto cerchio di una scena contemporanea sempre più settoriale per scoprire una terra con vaste possibilità creative dai costi incredibilmente bassi. In Cina gli artisti possono affittare uno studio enorme ad un prezzo irrisorio, permettersi schiere di assistenti e sperimentare liberamente in media costosi come il bronzo ed il fiberglass senza andare sul lastrico.

Il cinema piange Eric Rohmer, padre della Nouvelle Vague

 Il mondo dell’arte perde un grande maestro, Eric Rohmer il regista francese pioniere della nouvelle vague che ha catturato i cuori dei cinefili di tutto il mondo si è spento ieri all’età di 89 anni. Il cinema di Rohmer ha seguito la sua personale visione: ritrarre l’intimo di ogni personaggio senza aggiungere una drammaticità estranea. Questa particolare caratteristica ha suscitato più volte critiche da parte degli esperti, di registi ed attori, Gene Hackman la grande star di Hollywood ha un giorno dichiarato:”Guardare un film di Rohmer è come guardare la vernice che si asciuga”.

Fu proprio Rohmer a fondare negli anni ’50 la nouvelle vague, movimento cinematografico che riuniva grandi registi come Francois Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette e Claude Chabrol. La Nouvelle vague era in primis una cerchia di amici appassionati di cinema che conosceva profondamente il cinema e  molto spesso scriveva di cinema su Cahiers du Cinema, prestigiosa rivista fracese dedicata alle immagini in movimento. Nel 1959 Rohmer decise di girare il suo primo lungometraggio Il segno del Leone ma non ricevette il successo sperato.

L’arte si avvicina al marketing: Jeffrey Deitch nuovo direttore del Moca

Il mondo dell’arte contemporanea è oramai strettamente connesso all’economia. Oggigiorno molte istituzioni più che di un direttore o di un curatore hanno bisogno di un manager e di un abile fundraiser. Insomma non è mistero che molti musei prediligono direttori che hanno già un portfolio di contatti fitto di gallerie e collezionisti prestigiosi che non vedono l’ora di “prestare” le loro opere alle istituzioni pubbliche in modo e maniera da veder levitare le quotazioni degli artisti di casa. Dal canto loro i musei possono così permettersi grandi eventi senza dover sborsar troppi soldi. Se il il grande artista contemporaneo è equiparabile ad un brand aziendale il museo non è da meno e per vendere al meglio i suoi prodotti artistici sceglie sempre un abile esperto in marketing con un grande fiuto per gli affari piuttosto che un grande conoscitore dell’arte.

La vicenda della nomina del nuovo direttore del MOCA,Los Angeles Museum of Contemporary Art (Castello di Rivoli docet) non fa altro che avvalorare questa tesi. Il nome del fortunato prescelto è stato reso pubblico ieri sera dal finanziatore del Moca Eli Broad e dai membri del consiglio Maria Bell e David Johnson. Si tratta di Jeffrey Deitch, celebre art dealer proprietario della Deitch Projects di New York e vecchio volpone del mercato dell’arte contemporanea stimato da un nutrito gruppo di grandi artisti.

Burj Khalifa Tower, il declino dell’architettura contemporanea

 La nuova meraviglia (se così possiamo definirla) dell’architettura è la Burj Khalifa Tower di Dubai. Inaugurato pochi giorni fa l’edificio è detentore del primato di costruzione più alta del mondo con i suoi 818 metri di altezza per 160 piani in totale. 12.000 operai hanno lavorato al giorno e notte al faraonico progetto che è stato completato in pochissimo tempo. D’altronde nel campo dell’architettura, come nella vita del resto, il tempo è tutto ma la tempistica della Burj Khaifa non poteva essere peggio di così.

L’edificio giunge a noi in 21esimo secolo impoverito dalla crisi economica dove il primato di edificio più alto del mondo è divenuto un noioso cliché che infastidisce per la sua insulsa opulenza oltre che risultare offensivo se messo in relazione con povertà che ci circonda. Di questo negli Emirati Arabi se ne sono ben resi conto visto che pochi giorni prima della fine dei lavori Dubai ha dovuto mettere i suoi creditori in attesa, segno evidente che gli eccessi della nazione sono giunti al capolinea. Il sistema che ha prodotto la Burj Khalifa sta ormai cadendo in pezzi e questo dovrebbe far riflettere le frotte di Archistar sempre pronte a realizzare edifici stravaganti e sfarzosi che oramai non hanno più senso all’interno di tessuti urbani sempre più poveri e sconnessi.

Billy Name perde il suo archivio con le foto di Andy Warhol

 A 23 anni dalla morte del grande genio della pop art Andy Warhol, un esercito di persone ha dichiarato di aver lavorato fianco a fianco con lui nella Factory durante i gloriosi anni ’60 ed il trionfo delle rivoluzionarie serigrafie con i volti di Elvis Presley e Marilyn Monroe. Uno di loro però non ha mai avuto bisogno di urlare a gran voce il suo contributo dato alla Factory, perchè le sue fotografie parlano da sole. Stiamo parlando di Billy Name che ora vive in un piccolo appartamento vicino ad una stazione dei treni a New York.

Per sette anni dal 1963, da quando cioè Warhol gli mise in mano una macchina fotografica Pentax Honeywell, Name è stato il fotografo ufficiale della Factory catturando ogni singola immagine ed ogni singolo volto delle superstars che transitavano nella fabbrica del pop. Name lasciò il suo posto nel 1970, traumatizzato dal celebre incidente del 3 giugno 1968 quando Valerie Solanas, un’artista frequentatrice della Factory, sparò ad Andy Warhol e al suo compagno di allora Mario Amaya. Entrambi sopravvissero all’accaduto, anche se Andy Warhol in particolare riportò gravi ferite e si salvò in extremis.