Henri Cartier-Bresson al Centro Internazionale di Fotografia di Verona

Henri Cartier Bresson è, secondo la definizione di Pierre Assouline, “l’occhio del secolo”. In effetti il fotografo non ha mai smesso, dai suoi inizi negli anni 30, di esplorare con lucidità i grandi movimenti artistici, politici e sociali del nostro mondo. La mostra Henri Cartier- Bresson. Photographe, che si terrà a Verona presso il Centro Internazionale di Fotografia dal 19 giugno al 9 ottobre 2011, delinea il ritratto di un artista che ha sempre scelto l’anonimato nell’azione per meglio cogliere l’istante.

Attraverso le 133 fotografie in mostra ci viene raccontata la storia di uno sguardo eccezionale. Come scrive Yves Bonnefoy nel libro Henri Cartier-Bresson: Photographe (Delpire, Paris, 1979) ”Quando guardo un’opera di Henri Cartier- Bresson, provo dapprima meraviglia che possano essere accadute situazioni così ricche di senso, così intense. …Ma so anche bene che queste epifanie si manifestano per questo poeta su un orizzonte che condividiamo tutti e da questo mi sento incoraggiato e guidato, che è il migliore contributo che possano dare le opere”.

Carolee Schneemann, femminilità oltre il femminismo

Quando di si parla di performance o azioni incentrate sul corpo i primi nomi che ci vengono in mente sono Gina Pane, Marina Abramovic, Hermann Nitsch o Vito Acconci, oltre a tanti altri maestri che hanno utilizzato il nostro involucro terreno come campo aperto ad ogni tipo di sperimentazione creativa. C’è però un’artista che ha attraversato Fluxus, Body Art, Neo-Dada, Happenings e Beat Generation senza accostarsi a pieno a nessun movimento, un’artista che ha riaffermato con veemenza l’erotismo arcaico del corpo e la sua libertà universale.

Stiamo parlando di Carolee Schneemann (1939), artista americana che ha spesso sposato la causa politica e femminista anche se il suo concetto di femminismo è stato più volte rivolto alla liberazione dell’espressione sessuale piuttosto che alla manifestazione di una condizione di repressione del sesso femminile. Una delle performance storiche dell’artista è senza ombra di dubbio Meat Joy del 1964 azione in cui 8 soggetti parzialmente nudi si contorcono, danzando e giocando con vari oggetti, sostanze e cibo, una condizione simile ad un sabba erotico che per molti versi potrebbe allinearsi ai riti dionisiaci del Teatro delle Orge e dei Misteri di Nitsch che già a partire dal 1957 aveva cominciato a prendere una forma concreta.

Giovedì difesa: Black books

Black Books è una sitcom realizzata tra il 2000 e il 2004. Ne esistono solo 3 serie, tutte peraltro molto brevi, sei puntate di 25 minuti circa ciascuna. Le ho consumate in brevissimo tempo.

È stata scritta e ideata da Dylan Moran, che ne è anche il protagonista, altri autori sono Graham Linehan, Arthur Mathews, Kevin Cecil e Andy Riley. Dylan Moran interpreta Bern, un irlandese misantropo, sudicio e alcolista che possiede una libreria nel centro di Londra, nel quartiere Bloomsbury. Di premi questa sitcom ne anche vinti parecchi, il premio BAFTA come Best Situation Comedy nel 2000 e nel 2005; nonchè la “Bronze Rose” (Rosa di Bronzo) al Festival Rose d’Or di Montreux nel 2001.

Anish Kapoor cancella una mostra in Cina e si schiera con Weiwei, attacchi hacker a Charge.org

Dopo aver dedicato ad Ai Weiwei la sua gigantesca opera Leviathan, attualmente ospitata dal Grand Palais di Parigi in occasione di Monumenta 11, Anish Kapoor ha recentemente compiuto un altro grande atto di solidarietà nei confronti del coraggioso artista cinese, trattenuto ormai da tempo immemore in chissà quale squallida casa circondariale cinese.

Kapoor, dicevamo, ha definitivamente cancellato i piani per una sua futura mostra al National Museum of China di Pechino. Kapoor ha inoltre definito come “un atto barbarico” l’arresto di Weiwei. Ciò ha messo in ambasce Martin Davidson del British Council che aveva chiesto a Kapoor di esporre al museo nel corso del festival UK Now previsto per il 2012. Davidson si è affrettato a ribadire che il festival contribuirà ad unire il popolo cinese a quello della Gran Bretagna tramite la libera espressione artistica.

Transafricana

Fondazione 107 di Torino inaugura oggi, in collaborazione con Fondazione Sarenco, Transafricana a cura di Achille Bonito Oliva. Il titolo nasce dalla storica linea ferroviaria che taglia in senso longitudinale e latitudinale l’Africa e dal desiderio di offrire un’arte “di attraversamento” così come la linea transafricana mette in comunicazione popolazioni tra di loro eterogenee. I 6 artisti africani selezionati, tutti di calibro internazionale, sono: Esther Mahlangu – South Africa, George Lilanga – Tanzania, Seni Camara – Senegal, Mikidadi Bush – Tanzania, Kivuthi Mbuno – Kenya, Peter Wanjau – Kenya  ognuno di loro vive ed opera nel paese di origine.

Se sul finire degli anni ’70 del secolo scorso la Transavanguardia proponeva modelli di superamento alla sterilità delle neoavanaguardie ormai consumate su temi iperconcettuali, all’inizio di questi anni gli artisti di Transafricana propongono modelli alternativi, di recupero del sentimento del reale, della vita, rifiutando la corsa verso la globalizzazione estetica che pervade ormai tutta l’arte occidentale.

Eva Hesse, minimalismo con sentimento

Tra le fredde emozioni offerte dalla grandi stagioni del minimalismo e del post-minimalismo vi è forse un recondito anfratto empio di rovente sentimento, di lirismo ed introspezione che se si oppone all’asetticità ed alla rigidità plastica delle forme. Questo delicato involucro interno è costituito dalle opere di Eva Hesse, grande protagonista del contemporaneo scomparsa a soli 34 anni nel 1970 ma capace di influenzare le nuove leve creative.

Eva Hesse nel corso della sua breve carriera artistica ha contribuito a cambiare per sempre il modo di approcciarsi alla pratica scultorea avvalendosi di materie all’epoca poco utilizzate e sperimentate come la gomma, le resine, il poliestere, il lattice ed altre materie plastiche. L’estrema duttilità degli elementi utilizzati, assieme ad un ferreo e pragmatico controllo degli stessi, permisero all’artista di realizzare installazioni in bilico tra forme organiche e presenze eteree, opere ibride che evocano tensioni tra contrari: caos e ordine, materiale ed immateriale, spazio positivo e negativo.

Dopo Younger Than Jesus il New Museum lancia Generational

Proprio nel bel mezzo della Biennale di Venezia ecco che il New Museum di New York non perde tempo per rilanciare l’appuntamento con la sua celebre triennale, quella Younger Than Jesus che nel 2009 venne accolta da critiche abbastanza freddine da parte di tutta la stampa internazionale. Come di consueto la manifestazione è rivolta a tutti gli artisti nati nella metà degli anni ’70 e si ripropone di mostrare al mondo la frizzante natura della nuova arte statunitense, anche se spesso questa frizzante natura sa un poco di stantio e di raffazzonato.

Comunque sia meglio non dare giudizi a priori visto che all’apertura della grande kermesse mancano ancora molti giorni e il New Museum non ha lasciato trapelare molte notizie. Di certo c’è che la mostra si aprirà il 15 febbraio 2012 e si protrarrà fino al 22 aprile dello stesso anno. Il nome della triennale sarà The Generational e sarà curata da Eungie Joo.

stART-up! , ogni giovedì da Emmeotto NEXT

Il 16 giugno 2011 inaugura la rassegna d’arte contemporanea stART-up! con la mostra “L’uomo della folla” di Federico Arcuri. stART-up!, è la prima rassegna di arti contemporanee curata dal collettivo curatoriale Art-Room.project presso lo spazio Emmeotto NEXT di Roma. Art-Room.project è il progetto artistico di un gruppo di ragazzi che gravitano a vario titolo intorno alla galleria EMMEOTTO e che hanno proposto una nuova visione dell’arte contemporanea incentrata sulla sperimentazione, prediligendo forme espressive come video, performance e installazioni.

Intento di Art-Room.project è ricercare miscelazioni e polifonie relazionandosi all’arte in modo creativo e sinestetico. La EMMEOTTO ha accettato questa sfida dirompente ed ha affidato ad Art-Room.project la gestione dello spazio di Emmeotto NEXT. Dal 16 giugno e per tutti i giovedì successivi fino al 28 luglio stART-up! proporrà l’avvicendarsi di mostre d’arte ed eventi che spaziano dal teatro alla musica, dalla performance al vjing, sempre con un intento sperimentale e fortemente coinvolgente.

PREMIO CELESTE 2011, c’è tempo di iscriversi fino al 30 giugno

Ancora qualche giorno per aderire al Premio Celeste 2011 (ci si può iscrivere entro il 30 Giugno).

Mostra delle opere finaliste dall’8 al 16 Ottobre al Museo Archeologico di Bologna.

5.000 € – Pittura
5.000 € – Fotografia & Grafica Digitale
5.000 € – Video & Animazione
5.000 € – Installazione, Scultura & Performance

Selezioni in chiaro
I 40 artisti finalisti saranno scelti dal comitato di selezione a cura di Gabi Scardi. Le scelte del comitato di selezione saranno visibili online entro il 5 Settembre.

Pillole di Biennale 03 – Mondanità e fallimenti

(Dove eravamo rimasti…) Che fatica, non so voi, ma a me i viaggi in treno stancano parecchio, e se alle tre ore di sedile ergonomico (?) del Frecciabianca aggiungi sei ore di giri folli in una città fatta di ponti, comincerai a temere per la salute dei tuoi glutei e desidererai ardentemente un cocktail ristoratore.

Così, ripreso il battello, approdammo nuovamente a piazza San Marco. Pochi minuti per ammirare la Basilica dall’esterno con le sue pesanti decorazioni, mosaici e statue a ornarne la facciata; un’occhiata alla torre del campanile semi coperta da un cantiere e così buffa lontana dalla chiesa e dallo stile inconciliabile. Una risata sommessa scoprendo che la Torre dell’Orologio che decora un lato della piazza indica nient’altro che la via principale: un pertugio tra due palazzi e con questo non voglio certo rimarcare discorsi già fatti sulle stranezze della rete viaria cittadina.

E infine eccoci accomodarci al Caffè Florian, o meglio nello splendido dehors allestito attorno al piccolo palco che ospitava un’orchestrina. Situato sotto i portici delle Procuratie Nuove il Caffè Florian è il più antico d’Italia, nacque nel 1720 e fu ben presto crocevia di personalità e luogo d’incontro della mondanità veneziana. Oggi forse è più che altro meta turistica, non per nulla in rete si trovano infinite discussioni su quanto costi un aperitivo al Florian avviate da qualche viaggiatore che vorrebbe saggiarne l’emozione.

Douglas Huebler, il Grande Correttore

Il mondo è pieno di oggetti, più o meno interessanti; Io non voglio aggiungerne altri”, una frase emblematica questa dell’artista statunitense Douglas Huebler (1924 – 1997), partito dall’espressionismo astratto ed approdato a seminali ricerche concettuali, basate su di una commistione tra fotografie ed interventi testuali provenienti da una mitologia squisitamente personale. La sua affermazione, citata all’inizio di questo articolo, risulta ancor più attuale in tempi di sistematica iperproduzione di immagini.

Anche Huebler produceva immagini ma il suo intento non era quello di aggiungerle alla massa pregressa, quanto quello di utilizzare la macchina fotografica come un crudo attrezzo che copia la realtà, che serve solo per documentare un qualsivoglia fenomeno gli si presenti davanti. Nel far questo Huebler ha evitato una scelta estetica focalizzando la sua attenzione sull’essenza dei fenomeni. Ed è così che l’artista ci spinge ad ammirare la realtà degli oggetti all’interno di uno specifico sistema, senza tentare di aggiungerne altri, sottraendo semmai gli stessi all’ambiente circostante.

Se Aelita Andre a 4 anni tenta di raggiungere Jackson Pollock

Molti non-esperti e non-aficionados dell’arte contemporanea stentano a comprendere i meccanismi sia produttivi che commerciali di questo grande circus. La maggior parte del pubblico non avvezzo non riesce a capacitarsi di come possano manifestarsi vendite di opere per cifre sbalorditive, altri invece provano sdegno per opere che “potevano essere fatte anche da un bambino di quattro anni”. Molto spesso questo tipo di apprezzamenti sono rivolti alle opere di Jackson Pollock, all’informale ed all’astratto ed in genere alle manifestazioni creative che forse il pubblico vede a portata di mano rispetto ad altri capolavori di arte moderna.

Ebbene noi tutti sappiamo che ad un più attento studio dell’arte contemporanea si arriva a comprendere i significati altri di quelle estetiche e quei segni apparentemente privi di senso. In questi ultimi giorni però abbiamo avuto modo di assistere ad un fatto assai bizzarro: alcuni dipinti in puro stile Pollock in mostra alla Agora Gallery di Manhattan sono in realtà il prodotto creativo di un bimbo di 4 anni.

Diamond – Unknown Pleasues

Il suo tratto, noto a tutti coloro che hanno percorso e percorrono le strade cittadine, il 16 giugno varca la soglia della Mondo Bizzarro Gallery di Roma. In occasione della sua mostra personale, Diamond darà forma ad un racconto animato da emozioni e piaceri celati. Stencil e mano libera si fondono per dare vita ai soggetti femminili che mettono l’artista nella condizione di cristallizzare espressioni del volto che esprimono una vasta gamma di sentimenti e infinite contraddizioni: attrazione, repulsione, inganno, ossessione. Ogni volto, per Diamond, rappresenta una sensazione momentanea, e svanisce nel momento stesso in cui si prova.

A corollario del corpo principale di opere una seconda sezione che nasce come omaggio alla cultura giapponese e che si basa sull’esaltazione della linea e dell’azione che determina il segno. In Unknown Pleasures l’universo femminile di Diamond sviluppa le sue spire con la precisione e l’essenza dei segni orientali, creando un ambiente unico all’interno della galleria romana e restituendo in pieno la magia che l’artista sviluppa quotidianamente sulle strade.

Pillole di Biennale 02 – Perder tempo

(…) Mi avete lasciata che seguivo la folla in quella che è chiamata “la via principale”(per rileggere la prima parte ecco il link), che effettivamente, pur essendo costituita da mille vie, viottole, ponti e feritoie risponde al concetto di strada maestra e per per qualche strano motivo mentre la percorri ti sembra davvero di andare sempre dritto.

Arrivammo così al bel ponte di Rialto, brulicante di turisti in posa per la fotografia di rito e con tutte le casette che ornano il ponte chiuse, che peccato. Nel piano geniale che avevo studiato a casa il mio obiettivo era raggiungere l’isola di San Giorgio perché secondo Google Map proprio li si ubicava la sede di Tethis, fantomatica azienda ospitante la mostra Round the clock. Poco importa se Silvia Vendramel, artista presente in mostra, mi aveva anche scritto la fermata giusta del battello e io avevo anche sorriso al pensiero di dover scendere a Bacini, che evidentemente non è S. Giorgio. Io testarda ho dato ragione a Google Map e alla sua bandierina trionfante sulla sede di Tethis.

Per questo motivo a Rialto prendemmo il battello, quello lentissimo, linea 1, che si ferma ogni minuto percorrendo a zig-zag tutto il Canal Grande. Spettacolo magnifico con tutti quei palazzi a picco sull’acqua ognuno col proprio splendente striscione per pubblicizzare la mostra in corso e i moliccioli traballanti e l’invidia per quelli in taxi che ci superavano. Giacché son fortunata il vaporetto ci scarico a San Marco, da li tornava indietro e San Giorgio sarebbe stata la penultima fermata della sua corsa, era forse possibile che non ci fosse una nave che facesse il giro inverso? Stavo per scoraggiarmi, avendo superato un numero indefinito di fermate, tutte sotto il nome San Marco, quando finalmente trovai quella giusta. Erano le sei, ero nervosa perché in scontato ritardo sul piano di marcia.