Curate This!

Curate This! 2010, la serie di mostre create da Bridge for Emerging Contemporary Art (BECA) ha deciso di trasformarsi in un evento globale. Invece di soffermarsi, come in passato, sul tessuto urbano di un’unica città, Curate This! si espanderà dal 1 luglio 2010 al 31 dicembre 2010 su varie metropoli di tutto il pianeta. Attraverso l’organizzazione di mostre di giovani ed emergenti artisti di tutto il mondo la BECA foundation si pone l’obiettivo di promuovere le nuove idee e le diverse visioni creative in molteplici location sparse per il globo.

Il titolo Curate This! riflette la volontà di allontanarsi dai grandi eventi tipicamente curati da un singolo curatore, avvicinandosi ad una mostra i cui relativi eventi sono curati dal pubblico e da curatori indipendenti. La prima edizione delle manifestazione si è svolta nei primi mesi del 2008 e Melissa Roberts assieme a Kurt Schlough hanno dato inizio alla diffusione dell’esperimento con notevoli benefici per il largo numero dei creativi partecipanti. L’edizione 2010 sarà invece supervisionata da Helen Pheby, curatore dello Yorkshire Sculpture Park e da Ellen Luton, curatore di design contemporaneo al Cooper-Hewitt, National Design Museum.

Hugh Grant e Warhol, una sbornia da capogiro

Ebbene è risaputo che le stars del cinema sono abituate alle spese pazze ed è ancor più noto che negli ultimi anni l’arte contemporanea è divenuta un vero e proprio culto per le celebrità che non si frenano dallo spendere cifre da capogiro per accaparrarsi questa o quell’opera in grado di alimentare vanità ed esclusivismo, il tutto condito con un pizzico di ostentata cultura che non guasta mai.

Oltre al gruppetto (capitanato da Brad Pitt e Madonna) di stars che colleziona abitualmente arte, ogni tanto qualche celebre volto dello spettacolo decide di investire volontariamente nella creatività, cosa che non ha fatto Hugh Grant che ha involontariamente acquistato un’opera spendendo un patrimonio. Il famoso attore inglese ha infatti confessato di essersi ubriacato ed aver successivamente chiesto ad un suo assistente di fare un’offerta per un Andy Warhol raffigurante Liz Taylor che nel frattempo faceva parte di un lotto all’asta da Sotheby’s.  L’attore completamente sbronzo si è aggiudicato l’opera per la vertiginosa cifra di 2 milioni di euro.

Art Video Lounge – Video Arte Italiana in Pescheria

 Il Centro Arti Visive Pescheria presenta una rassegna dedicata alla videoarte, che riunisce le opere video dei più interessanti artisti italiani delle ultime generazioni che si sono cimentati con questo linguaggio espressivo in maniera sempre sorprendente. La selezione tocca i diversi aspetti della videoarte, dai tableaux vivants di Vanessa Beecroft alla vita nelle periferie urbane di Botto & Bruno, alle sofisticate danze acquatiche riprese da Elisa Sighicelli. E poi Elisabetta Benassi, Eva Marisaldi, ZimmerFrei, Rä di Martino, Riccardo Previdi, Paolo Chiasera e Domenico Mangano.  La rassegna verrà presentata da Ludovico Pratesi il 16 dicembre alle ore 19.00, e nell’occasione verranno trasmessi i lavori di Rä di Martino, Elisabetta Benassi e Botto & Bruno. Ecco il programma della manifestazione:

16 dicembre – 27 dicembre

Rä di Martino, Cancan!, 2004. Il video presenta una situazione al limite della normalità, in un’ambientazione straniante e ambigua, un uomo si traveste da donna e improvvisa un improbabile e forsennato cancan tragico e ironico al tempo stesso.

Elisabetta Benassi, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 2004 Mona Lisa osserva il pubblico che la tiene sotto assedio nella sua stanza al Louvre.

Botto & Bruno, A concrete town, 2006 Il video nasce da una riflessione degli artisti sulle trasformazioni della città contemporanea dove spesso vengono sventrati interi quartieri senza tener conto della storia e della memoria dei luoghi. Girato in b/n in una giornata di pioggia, mostra un gruppo di operai intenti a rifare il manto stradale di una piazza.

In mostra a Londra i pionieri dell’arte digitale

 Quando nella metà degli anni ’80 le guardie addette alla sicurezza della John Moores University di Liverpool trovarono un ragazzino al computer del laboratorio rimasero molto stupiti e gli chiesero cosa stesse facendo. Il ragazzo rispose che I suoi insegnanti gli avevano concesso il permesso di allenare le sue abilità di programmatore.  Quel ragazzino era Daniel Brown, oggi 32enne, uno dei più grandi digital designers dei nostri tempi ed autore della grafica esposta all’entrata di Decode:Digital Design Sensation, mostra sulla digital art che è stata inaugurata la settimana scorsa al Victoria & Albert Museum di Londra.

Ovviamente la manifestazione offre moltissimi altri spettacolari esempi di arte digitale proveniente da ogni parte del mondo a riprova del fatto che il new media è una tecnica in sempre più forte espansione e sempre più affascinante. Tra i corridoi del Victoria & Albert è facile ammirare quanto lontano si sia spinta la tecnologia dal tempo dei pionieri del digitale che negli anni ’50 (tra cui c’era anche il padre di Daniel Brown, Paul). A quei tempi i computers erano usati solo per scopi militari ma anche alcuni laboratori ed università avevano il privilegio di poter utilizzare quelle sofisticate ma ingombranti macchine. Matematici e Scienziati furono i primi a sperimentare le potenzialità grafiche dei computer alla stregua di un qualsiasi altro artista o designer. In mostra è possibile ammirare una fotografia del 1952 di Ben Laposky in cui onde elettroniche lampeggiano sullo schermo ed è quest’opera un vero punto d’inizio dell’arte digitale.

Il mito di Shirley Verrett visto da Gian Domenico Sozzi allo Studio Stefania Miscetti

Studio Stefania Miscetti è lieto di presentare una edizione speciale della rassegna video SHE DEVIL ospitando BRAVA (2006) l’opera di Gian Domenico Sozzi (Cremona, 1960) che dopo il debutto presso la Galleria Zero di Milano a cui son seguite varie tappe in Italia e all’estero, giunge quest’anno a Roma in una special edition a lei dedicata.

“Milano, Teatro alla Scala, 1977. La direzione del Macbeth di Giuseppe Verdi è affidata a Claudio Abbado, mentre la messa in scena a Giorgio Strehler. Il frammento selezionato da Gian Domenico Sozzi si apre con una figura sola al centro del proscenio; tutto tace e si concentra sul volto di lei, la diva. Il filmato a bassa definizione della cineteca Rai rende particolarmente intensa quella che sta per divenire una delle più straordinarie performance nella carriera della soprano afro-americana Shirley Verrett. Il tragico personaggio shakespeariano è giunto ad una risoluzione definitiva: pur di far avverare la profezia che riguarda l’ascesa al potere del marito, è disposta ad invocare tutte le potenze infernali perché fortifichino la sua incerta determinazione. L’interpretazione è resa con un’impronta drammatica mai disgiunta da una femminilità estenuata, nervosa e sensibile.

Tacita Dean ed il suo albero di Natale alla Tate Gallery

 A Londra le feste natalizie sono sempre una buona occasione per rispolverare una serie di tradizioni tanto care alla Regina Madre ed al popolo britannico. Oltre ai caratteristici biglietti di auguri, rigorosamente spediti per posta, gli inglesi vanno pazzi per l’albero di Natale anche sa va detto che a noi di Globartmag questa tradizione in tempi di crisi ci sembra un poco troppo velleitaria ed irrispettosa nei confronti dell’ambiente, basti pensare a quanti poveri alberi vengono recisi in questo periodo. Comunque sia la Tate Gallery non ha nessuna voglia di rinunciare al suo albero di Natale visto che da 21 anni questa tradizione fa parte delle tante attività della celebre istituzione museale londinese.

Come ogni anno la realizzazione dell’albero è stata affidata ad un artista di nazionalità britannica, la scelta questa volta è caduta su Tacita Dean, artista originaria di Canterbury che in passato ha partecipato al Turner Prize (1998) ed attualmente vive e lavora a Berlino. L’artista ha creato un albero di quattro metri decorato unicamente con candele di cera fatte a mano in Germania. La particolare installazione natalizia rimarrà in mostra nella celebre rotunda del museo fino al prossimo 23 Dicembre.

Charles Saatchi ed i suoi allievi dalla Tv all’Hermitage di Sanpietroburgo

 Charles Saatchi ha deciso di lanciare una nuova iniziativa al giorno, il vulcanico magnate dell’arte ha infatti deciso di selezionare un artista fra sei partecipanti e farlo esporre niente meno che all’ Hermitage di Sanpietroburgo. Inoltre il fortunato giovane artista potrà usufruire gratuitamente di uno studio a Londra per tre anni. La selezione avverrà direttamente su School Of Saatchi, programma in onda sulla BBC che si concluderà il prossimo 14 Dicembre. Il vincitore di questo talent show entrerà di diritto nella mostra  Newspeak: British Art Now attualmente ospitata dall’Hermitage.

In realtà l’opera del vincitore è già presente alla mostra ma è stata presentata in forma anonima, il nome del suo creatore sarà reso noto solo nella serata finale del programma.  “Charles è stato veramente entusiasta di questo format per la Tv”, ha dichiarato Rebecca Wilson direttore dell’area sviluppo della Saatchi Gallery “C’è sempre una strana reazione quando si guarda un’opera di arte concettuale, molte persone a riguardo pensano: quest’opera poteva farla anche mio figlio di 4 anni. Questa serie televisiva ci offre quindi l’opportunità di ascoltare l’artista ed aiuta le persone a capire il processo creativo che ha portato all’esecuzione dell’opera”. 

Arte Povera protagonista a Villa e Collezione Panza

Villa e Collezione Panza e il Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, proseguono il loro sodalizio con la mostra Arte Povera: energia e metamorfosi dei materiali. Dal 17 dicembre saranno esposte oltre 20 opere – tra cui spettacolari installazioni – appartenenti alle Collezioni del Mart.

L’Arte Povera, movimento artistico italiano riconosciuto a livello internazionale come uno dei più importanti nelle avanguardie del XX secolo, verrà indagato attraverso i suoi protagonisti nelle sale di Villa Panza. Installazioni esemplari come quelle composte con legni di recupero, ferro e carbone di Jannis Kounellis (Senza titolo, 1989 e Senza titolo, 1991); gli igloo di fascine, vetro e neon di Mario Merz, le cui installazioni riportano alla memoria archetipi primordiali (Chiaro Oscuro 1983); l’Orchestra di stracci 1968 di Michelangelo Pistoletto, noto per i suoi quadri specchianti come l’Autoritratto del 1962, oppure I lottatori di Giulio Paolini del 1985, il cui lavoro si distingue per l’arte della citazione e il dialogo con l’antico, mentre fra le opere di Alighiero Boetti è presente, fra le altre, uno dei suoi celebri arazzi ricamati del 1989. Nelle opere gli elementi naturali e i materiali industriali sono liberamente combinati e accostati per creare inediti rapporti significanti, come in quelle di Gilberto Zorio, Giuseppe Penone e Giovanni Anselmo.

Massimo Bartolini, l’amore per la musica in mostra al Magazzino d’arte Moderna di Roma

Magazzino d’arte Moderna di Roma inaugura il 14 dicembre Three quarter-tone pieces, la nuova mostra personale di Massimo Bartolini. L’intero iter creativo di Bartolini è diretto allo studio della percezione e delle modalità secondo cui si svolge il rapporto tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Per questo i suoi lavori – siano essi installazioni, video o fotografie – tendono sempre a coinvolgere lo spettatore in un’esperienza fenomenologica completa. In questa personale il senso più sollecitato è l’udito; l’intero motivo ispiratore dei lavori in mostra è, infatti, l’interesse di Bartolini per la musica e per il rapporto tra lo spazio e il suono e lo spettatore.

Three quarter-tone pieces è il titolo di una composizione di Charles Ives per 2 pianoforti, uno dei quali è accordato 1/4 di tono più alto dell’altro. Con questa particolare accordatura si ottengono microtonalità inusuali e suoni che sono fuori dalla notazione temperata. La “tempera” consiste nell’ordinare i suoni intorno ad un tono e dividerli in semitoni, trascurando tutte le note che stanno fra tono e semitono.
“Il sistema temperato è il risultato di un lungo processo storico di una particolare civiltà (la nostra) che, guarda caso, è divenuta dominante nel mondo, dopo un altrettanto lungo e complesso processo storico, tanto complesso e lungo, il tutto, che le sue forme e strutture appaiono formazioni naturali e sempiterne; così, procedimenti melodici attuati in svariate culture (e nei più disparati modi) sparse nel tempo e nello spazio diventano esperimenti laboratoriali e curiosi.” (Marraffa)

Francesco Bonami e la Whitney Biennial 2010 ai tempi della crisi

L’edizione della newyorchese Whitney Biennial 2010 non sarà solo un’importante occasione per osservare i nuovi trend dell’arte contemporanea internazionale. La manifestazione infatti rifletterà in pieno l’andamento sociale ed economico dell’intero globo. In questi tempi di recessione l’evento ha quindi deciso di rimpicciolire la sua offerta passando dai 100 artisti del 2006 e gli 81 del 2008 sino ai 55 della presente edizione. Anche la superficie espositiva sarà ulteriormente ridimensionata e verrà unicamente contenuta nel Whitney Museum of American Art invece di allargarsi su una seconda location come nella Biennial del 2008 quando fu occupato gran parte della Park Avenue Armory.

La grande manifestazione si terrà dal 25 febbraio 2010 sino al 30 marzo e sarà curata dal nostro Francesco Bonami assieme a Gary Carrion-Murayari giovane assistente curatoriale che ha già fornito il suo valido aiuto nelle edizioni 2004 e 2006. Quest’anno la Whitney Biennial presenterà un interessante mix di artisti e di generazioni visto che l’offerta spazia da Tam Tran, giovane fotografa di 23 anni, sino ad arrivare all’artista concettuale Lorrain O’Grady di 75 anni. Tra i nomi di spicco della scena internazionale saranno presenti George Condo, Piotr Uklanski e Charles Ray autore dell’attesissima e misteriosa opera Boy With a Frog commissionata da Francois Pinault per Punta Della Dogana nel corso della passata edizione della Biennale di Venezia.

Dipende, doppio blitz a Roma sulle dipendenze

 Una fugace immersione all’interno dello sconfinato mare delle dipendenze. Questo è Dipende, doppio blitz di Nero Pop e Napolitano & Petricca a La Porta Blu Gallery di Roma rispettivamente il 13 ed il 18 dicembre. Ogni essere umano ha bisogno di stimoli fisici e psichici, di appigli ideologici, di sostanze che lo tengano in vita e di relazioni mutuali da cui attingere linfa spirituale poichè la natura stessa dell’esistenza non può dirsi completamente autosufficiente.

Si potrebbe sostenere che persino il concetto di volontà sia in realtà una condizione di dipendenza dominata, una spinta alimentata dal disperato bisogno di ottenere un determinato risultato ed appagare il proprio ego. Senza esserne ripugnata, l’esistenza produce continuamente dipendenza ed in essa ripone i suoi intimi momenti di estasi. L’obiettivo del progetto Dipende è quello di analizzare i diversi aspetti della dipendenza riassumendoli in due brevi appuntamenti artistici.

Maximum Perception, arriva l’anti-Performa

L’incredibile successo della performance sta trainando una serie di nuovi eventi legati a questo affascinante media. Forse tale appeal è legato all’unicità ed alla possibilità di fruire in prima persona ad una forma di creatività attiva e coinvolgente. Sta di fatto che oltre a Performa, la biennale della performance, la città di New York ha pronto un altro grande evento dedicato alla performance. Si tratta del Maximum Perception Performance Festival, curato da Peter Dohill e Phoenix Lights ed ospitato dalla English Kills art gallery.

La galleria si prepara a mettere in scena più di 20 performance in due notti (venerdì 11 e sabato 12 novembre) dove si alterneranno un cospicuo numero di artisti nazionali ed internazionali. In realtà l’evento si contrappone duramente a Performa, gli organizzatori hanno infatti dichiarato di aver creato il Maximum Perception proprio per “creare una valida alternativa ad un evento sovrastimato e basato sul dilettantismo che sta praticamente rovinando l’immagine della performance art a New York City”. Certo l’accusa è decisamente pesante ma c’è da dire che lo scorso anno il debutto del Maximum Perception è stato decisamente di alto livello ed è ora giunto il momento di confermare l’alta qualità dell’evento.

Il pentito Spatuzza rivela l’orrenda fine della Natività del Caravaggio

 Un’opera trafugata di Caravaggio che tutti gli appassionati d’arte credevano un giorno di poter rivedere è stato bruciato dalla mafia, stando alle recenti rivelazioni di un boss pentito. Il dipinto dal titolo Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi era stato rubato nell’ottobre del 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo per volere di un capomafia. La tela fu tagliata con una lametta da barba e successivamente arrotolata per trasportarla.  A rendere nota la notizia è stato Gaspare Spatuzza, noto mafioso arrestato nel 1997. Rapinatore e sicario, Spatuzza è stato stretto collaboratore di Filippo e Giuseppe Graviano e anche uomo di fiducia del capomafia corleonese Leoluca Bagarella.

Spatuzza si è inoltre autoaccusato di aver rubato la Fiat 126 che il 19 luglio 1992 venne impiegata come autobomba nella strage di via d’Amelio in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino.  Proprio da Filippo Graviano, Spatuzza apprese nel 1999 che il dipinto di Caravaggio era stato distrutto negli anni ’80.  Secondo Graviano il celebre dipinto del valore di oltre 30 milioni di euro era stato affidato alla Famiglia Pullarà, del clan di Santa Maria di Gesù di Palermo che lo nascose in un casolare di campagna. “Il dipinto era letteralmente bruciato e divorato da ratti e maiali” ha dichiarato Spatuzza.  Francesco Marino Mannoia prese parte al furto del 1969 e dichiarò di aver danneggiato il dipinto strappandolo dalla tela ma successivamente non rivelò alla polizia il luogo del nascondiglio.

Steve McQueen girerà un film su Fela Kuti

L’artista inglese Steve McQueen ha deciso di dedicarsi al cinema ed ha già firmato un importante contratto per dirigere un film biografico su Fela Kuti, il grande musicista inventore dell’Afrobeat che si ispirò al funk di James Brown, fu ad un passo dal diventare presidente della Nigeria ed ebbe ben 27 mogli. Il magazine Variety ha dichiarato che il novello regista scriverà la sceneggiatura del film assieme a Biyi Bandele.

La pellicola è tratta dal libro biografico di Michael Veal che si intitola Fela: The Life and Times of an African Musical Icon, pubblicazione che ha rinnovato l’interesse sulla figura della controversa star Nigeriana che sarà inoltre il protagonista di un nuovo musical di Broadway. Fela Kuti, che è morto di Aids nel 1997, è stato l’unico musicista africano in grado di fondere il Jazz americano con i ritmi funk, dando vita ad una nuova forma musicale denominata Afrobeat, divenuta poi estremamente popolare dentro e fuori il continente africano negli anni ‘70. Kuti ha più volte affermato di aver coniato il termine al ritorno del suo tour americano con la band degli Africa 70.